Hugo Cabret (2011)

Film perfetto per le vacanze natalizie, perché per tutta la famiglia, ma a dir il vero, perfetto in qualunque periodo dell’anno per la sua straordinaria bellezza. E’ un film sulla magia del cinema, un omaggio alle origini della settima arte, che cattura nelle sue immagini tutto il potere innovativo e affascinante di questo mondo fantastico. Un’avventura tenera e meravigliosa, quasi dickensiana e forse a tratti un po’ sdolcinata, ma che trascina la spettatore in un vortice di emozioni avvalendosi anche del fascino immortale della Ville Lumière.

Siamo a Parigi, nel 1931, in un’affollata stazione ferroviaria dove vive il protagonista della storia, Hugo Cabret. E’ un ragazzino di 12 anni, che ha perso la mamma da piccolo ed è rimasto orfano dopo la morte prematura del padre in un incendio. Inizialmente viene preso in affidamento da uno zio che si occupa della manutenzione degli orologi della stazione, e quando anche questo lo abbandona, non gli resta altro che sostituirlo nel suo lavoro e cercare di sopravvivere nella stazione senza dare troppo nell’occhio.

Costretto a piccoli furti per mantenersi, e sempre in fuga da un tenace poliziotto che lo insegue, è alla ricerca di una chiave che possa azionare uno strano automa lasciatogli dal padre. Quando la trova nelle mani di una ragazzina spericolata quanto lui, e conosce il proprietario di un negozio di giocattoli molto speciale, verrà trascinato in una magica avventura, che gli cambierà la vita. Scorsese non è interessato a raccontarci la vita dell’orfanello che vive clandestinamente nella stazione e lotta per non essere consegnato ai servizi sociali; la prima parte del film non è altro che una scusa per introdurre il personaggio interpretato da un magnifico Ben Kingsley.

Quando il film inizia a indagare sulla vita del proprietario del negozio di giocattoli, si avvertono un calore e una passione che mancavano nella prima metà della vicenda, e si capisce che quello di Scorsese è l’appassionato omaggio di un cinefilo alla storia della settima arte. Scorsese si identifica visibilmente con il suo protagonista. I curiosi, grandi occhi azzurri con cui Hugo guarda il mondo sono una chiara eco dell’ammirazione con cui Scorsese deve aver guardato i mondi fantastici sul grande schermo nella sua giovinezza.

Tantissimi i richiami alla storia del cinema e le citazioni di immagini indimenticabili. Le corse di Hugo che scappa per la stazione, inseguito dal poliziotto, ricordano le tante rocambolesche fughe di Charlot, mentre la scena in cui Hugo rimane appeso alla lancetta dell’orologio è un chiaro riferimento alla famosa sequenza in cui Harold Lloyd si trova nella stessa situazione. Appare chiaro che l’obiettivo principale di Scorsese è rendere omaggio agli albori del cinema.

E lo fa scegliendo il 3D, che nelle sue mani diventa un valore aggiunto. E’ divertente e geniale la decisione di raccontare i primordi del cinema proprio attraverso una tecnologia così nuova. E il 3D di Hugo Cabret è spettacolare. Scorsese esplora tutte le possibilità di scenari imponenti e grandiosi, soprattutto nel viaggio ad alta velocità che apre il film, ma non rifugge neppure da piccole trovate comiche, come il naso grottesco di un uomo che, mentre si arrabbia, sembra saltare fuori dallo schermo e riversarsi pesantemente sullo spettatore. Nelle mani di un regista abile e dinamico come Scorsese, i livelli di profondità aggiunti allo schermo sono sbalorditivi.

Sicuramente aiuta il fatto che il viaggio di Hugo, basato sul libro illustrato di Brian Selznick, e l’ambientazione in cui si svolge, siano così ricchi e colorati. Tuttavia, così tante caratteristiche estetiche non varrebbero molto se questo non fosse un film delizioso, interpretato da attori adorabili. Il talentuoso Asa Butterfield, che ci aveva commosso nel tragico Il bambino col pigiama a righe, qui regala tutto il suo entusiasmo infantile a Hugo, esaltandone la curiosità e l’intraprendente voglia di esplorare.

Accanto a lui la giovane Chloë Grace Moretz si cala nei panni di Isabelle con la dolcezza di una giovane Emma Watson, mentre il misterioso personaggio a cui dà vita Ben Kingsley dimostra una severità che rasenta la crudeltà, ma cela nello sguardo un’amarezza senza fine. Tuttavia, chi conquista davvero lo spettatore non è il divertente e minaccioso poliziotto della stazione, interpretato da Sacha Baron Cohen, e neppure lo sfortunato padre di Hugo, che ha la dolcezza di Jude Law, ma la complessa figura di Mama Jeane, cui dà il volto l’attrice Helen McCrory.

Severa e gentile allo stesso tempo, intelligente e protettiva come una leonessa, Mama Jeane è una vera compagna di vita per il marito, una donna che ispira e nutre il suo talentuoso partner senza mai essere messa in ombra da lui.
Nel complesso Hugo Cabret è un film che qua e là cede al sentimentalismo, e in alcuni momenti, forse, è poco credibile, ma rappresenta un’ode sincera e contagiosa al cinema e alla sua capacità di farci sognare, realizzata da un regista che grazie al cinema ha nutrito i suoi e i nostri sogni.

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