Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975)

La cronaca drammatica di una rapina, forse la più disorganizzata che si sia mai vista al cinema, tratta da un fatto realmente accaduto, e anche un dramma umano di grande spessore. Ma il film di Lumet non è solo questo, naturalmente. È uno dei film meglio riusciti sull’influenza che i mass media, soprattutto la televisione, hanno sul comportamento umano, particolarmente in situazioni critiche.

Sonny e Sal sono due rapinatori di banche un po’ fuori dall’ordinario, due poveri disgraziati per cui quel colpo rappresenta l’unica possibilità di cambiare vita, e ci sono arrivati come ultima spiaggia: la loro idea è prendere i soldi, senza far male a nessuno, e scappare. Una cosa veloce, nelle loro intenzioni, che si trasforma, ogni minuto che passa, nel giorno peggiore della loro vita, con conseguenze catastrofiche.

Se non fosse per la brutta piega che prendono gli avvenimenti, all’inizio verrebbe quasi da ridere a vedere questi rapinatori impacciati, che entrano in banca senza sapere come muoversi; in più, vengono abbandonati subito da un terzo complice, che si fa prendere dal panico e scappa. Ma non basta: scoprono che in cassa quasi non ci sono soldi e poco dopo arriva la polizia e circonda la banca. Viene in mente la legge di Murphy: se qualcosa può andare storto, sicuramente lo farà. E che dire di Sonny che, col fucile spianato in mano, dichiara: “Sono cattolico e non voglio far male a nessuno.”

Quando poi arrivano i media con le telecamere, quello che doveva durare pochi minuti al massimo, si trasforma in un dramma con ostaggi trasmesso sulla televisione nazionale. Ma il tono tragicomico continua, nonostante la tensione altissima, e si materializza attraverso i personaggi secondari: dagli ostaggi, che parteggiano per i rapinatori e, quando hanno occasione di scappare, restano con loro, al fattorino della pizzeria, incaricato di consegnare il cibo, che saluta le telecamere, atteggiandosi a divo.

L’influenza della televisione si fa sempre più pesante, fino a trasformare i rapinatori in eroi, e a colpevolizzare la polizia, che obiettivamente non fa una gran figura in questo film. Nel frattempo scopriamo il movente che ha spinto Sonny alla rapina: ottenere i soldi per il suo compagno Leon, che vuole operarsi per cambiare sesso. Una prospettiva che, se da una parte mette in buona luce Sonny, preoccupa Sal, che ci tiene a precisare di non essere omosessuale.
Il regista Sidney Lumet usa il poco spazio a sua disposizione, tra l’interno della banca e la strada circostante, per creare quasi dal nulla un thriller dinamico, ricco di azione e pathos, utilizzando al meglio i due protagonisti e la sinergia tra di loro: Al Pacino e John Cazale, che avevano già recitato insieme ne Il padrino, dimostrano qui di essere realmente grandi e molto ben assortiti.

Il Sal di Cazale è un disadattato di basso profilo, un sociopatico con difficoltà a relazionarsi con la realtà, ed è in netto contrasto con il Sonny frenetico e determinato di Pacino: pieno di energia, a volte maniacale, e man mano che la trama procede, sempre più disperato, anche se non perde la speranza che tutto finirà per lui favorevolmente. Sonny piace, perché piace il modo in cui Pacino lo ha rappresentato, tanto che non si riesce a immaginarlo come un cattivo.

John Cazale invece è fantastico nei panni di Sal, un uomo silenzioso e schivo, che può perdere la testa da un momento all’altro, e guarda a Sonny come unico punto di riferimento. Sonny è sveglio e sicuro, mentre Sal è lento e indeciso. Entrambi vengono presentati non come criminali, ma come due poveri diavoli che vogliono solo che tutto finisca al più presto, senza far male a nessuno.

Sonny è quello che prende in mano la situazione e decide il da farsi: si preoccupa di tenere calmo Sal e intanto si prende cura degli ostaggi, fornisce loro cibo, chiede di accendere il condizionatore, senza mai minacciarli con violenza; non sono nemmeno legati, anche se la situazione è molto grave. Ecco perché, quando ne hanno la possibilità, gli ostaggi non vogliono lasciarli e sinceramente parteggiano per loro. Alcuni momenti all’interno della banca hanno le caratteristiche della commedia spontanea, che a prima vista non si sposa con questo genere, ma rende tutto più realistico.

Lumet aveva già dimostrato con La parola ai giurati di essere capace di creare tensione in un piccolo spazio. La crisi degli ostaggi all’interno della banca non lascia molto spazio di manovra, ma la sceneggiatura, scritta in modo straordinario, fa sì che il risultato sia molto più di quanto ci si potrebbe aspettare da una storia così. È un film sorprendentemente realistico con personaggi avvincenti che creano facilmente simpatia, ma si occupa anche, indirettamente, di questioni come la violenza della polizia e i diritti dei gay, nonché dell’intero quadro sociale di quegli anni negli Stati Uniti. Oltre a Pacino e Cazale, vanno ricordati Chris Sarandon, nei panni di Leon, il compagno di Sonny, e Charles Durning nel ruolo del poliziotto che gestisce la liberazione degli ostaggi. Sarandon ottenne la nomination all’Oscar per la sua interpretazione.

Un film che meglio di tanti altri rappresenta un’epoca piena di contraddizioni, e lo fa mescolando abilmente momenti di alta tensione, in cui il dramma è al culmine, con frammenti di ironia quasi involontaria, mantenendo sempre un equilibrio che non fa presagire il finale amaro della vicenda. E quando la fine arriva e si compie il dramma, ci si resta davvero male.

44 pensieri riguardo “Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975)

      1. Ciao Raffa.. purtroppo sono “vecchio dentro” già da qua di avevo 20 anni 😉 . Non amo molto Netflix e la robaccia che fa circolare (salvo rare eccezioni).. per esempio. Pertanto potrebbe “ripiacermi”. Trovo interessante la tua riflessione sull’influenza della TV. Secondo me è più che mai attuale, se declinato proprio sul nuovo.

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      2. Attuale è attuale, di certo. Sul tema dell’influenza dei media, c’è un altro bel film: Mad City: assalto alla notizia. Con Dustin Hoffman e John Travolta.

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