È nata una stella (1954)

Forse non tutti sanno, soprattutto i giovanissimi, che il film di Bradley Cooper che ha regalato l’Oscar a Lady Gaga, è in realtà un remake, addirittura il quinto di una serie di rifacimenti. Il primo film, l’unico con un titolo diverso, è A che prezzo Hollywood?, del 1932, firmato da George Cukor, dove la protagonista era un’umile cameriera che sognava di fare l’attrice. Nel 1937 Wellman ne fa il primo remake, mantenendo invariata la storia ma cambiando il titolo in È nata una stella. Nel 1954 è la volta di Cukor che riprende il titolo ma cambia leggermente la storia, trasformando l’aspirante attrice in una talentuosa cantante, e firmando uno dei migliori musical di Hollywood. Per la cronaca, prima di Cooper, c’è stato un altro remake musicale con Barbra Streisand e Kris Kristofferson, che ha cambiato leggermente il finale della storia, trasformando il suicidio di lui in una morte accidentale.

La storia rimane sempre quella, l’amore tragico tra Ester e Norman, ma qui prende l’avvio in modo diverso dall’originale. Ester Blodgett, una talentuosa ma sconosciuta cantante, si sta esibendo in pubblico, quando viene interrotta da un famoso attore, Norman Maine, visibilmente in preda all’alcool. Ester, che si rende conto immediatamente della situazione, lo salva da una figuraccia, e l’uomo, per gratitudine, aiuta la cantante a farsi strada nel mondo dello spettacolo. I due si innamorano e si sposano, e per un po’ sono anche felici, finché l’uomo non ricade nel vizio dell’alcool. Mentre lei diventa una stella in ascesa, lui perde sempre più popolarità fino a rendersi conto di essere solo un peso per la moglie. Questa consapevolezza lo spingerà a sacrificarsi per lei, togliendosi di mezzo perché lei possa continuare a brillare.

La pellicola del ’54 è in realtà una fusione di musical e melodramma, che offre una visione amara e disincantata del mondo dello spettacolo. Fra tutte e cinque, rimane per me la versione migliore, forse perché non amo particolarmente Bradley Cooper, o forse perché il confronto con James Mason va decisamente a svantaggio del primo. E Judy Garland, benché fosse all’epoca in una fase discendente, non è paragonabile né a Barbra Streisand, né tantomeno a Lady Gaga, pur con tutta l’ammirazione per Lady Germanotta. Non scherziamo.

Ironia della sorte, Judy Garland si trovava all’epoca quasi nella stessa situazione del protagonista maschile: dopo numerosi problemi di salute, esaurimenti nervosi, sbalzi d’umore, ricoveri, un divorzio difficile, una dipendenza da droghe e alcool che l’aveva portata a un tentativo di suicidio nel 1950, l’attrice torna davanti alla macchina da presa dopo quattro anni di assenza dagli schermi, e lo fa in un ruolo drammatico, una novità per lei. In più aveva 32 anni, ma era visibilmente invecchiata dall’alcool e dai farmaci, e forse si sentiva inadatta al ruolo.

Tuttavia è proprio il suo apparente smarrimento che dà potenza alla sua interpretazione: non sembra mai sicura di sé, ha l’atteggiamento di incertezza tipico della dilettante, ma quando poi parte la musica e lei tira fuori la voce, riempie letteralmente lo schermo e si resta incantati dall’equilibrio incredibile di potenza e grazia. Quello che rende questa versione superiore a tutte le altre è proprio la presenza della Garland, che non è solo una straordinaria cantante, ma un’interprete a tutto tondo, il che rende la sua performance magistrale.

E James Mason non è da meno. Entrambi sono insuperabili e il loro affiatamento nelle scene a due è uno dei punti di forza del film. Non a caso vinsero tutti e due il Golden Globe, e la Garland fu anche candidata all’Oscar per la sua interpretazione. Mason spesso le ruba la scena, e raggiunge livelli altissimi di emotività, tanto da rendere il lento e inesorabile declino di Maine quasi shakespeariano. Il suo Norman è talmente credibile da essere straziante e da attirare le simpatie dello spettatore, simpatie che Ester riconquista, però, nel momento in cui comincia a cantare.

Entrambi i protagonisti sono talmente convincenti ed espressivi che si prova quasi insofferenza per i momenti musicali, che sottraggono tempo alla vicenda. La maggior parte delle canzoni sono meravigliose, ma alcune avrebbero potuto essere eliminate, in quanto non aggiungono assolutamente nulla al film, e lo rendono inutilmente più lungo.
La regia di Cukor, qui al suo primo musical, è fluida, in alcuni momenti quasi ispirata; le scenografie ricercate, i costumi e l’ambientazione sapientemente sfruttati, i colori accesi del technicolor resi ancor più vividi e intensi da una fotografia sofisticata, oltre naturalmente al carisma magnetico di Mason e alla voce angelica di Judy Garland, rendono il film non solo un musical memorabile, ma anche una pellicola spettacolare, testimonianza di un talento a tutt’oggi ineguagliato.

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