Suspect Zero (2004)

Per chi come me ama i thriller, questo film è una vera chicca, perché nonostante si sia visto, rivisto e stravisto di tutto e di più sui serial killer, questa pellicola riesce a dire ancora qualcosa di nuovo, e lo fa in maniera intelligente e originale. E’ stato accusato, in parte a ragione, di essere un po’ troppo contorto, e in effetti la trama non è di immediata lettura, ma sono proprio le contorsioni della sceneggiatura a renderla interessante e singolare.

E’ stato accusato anche di aver scopiazzato a man bassa da Seven, e qui non sono assolutamente d’accordo, sia perché Seven è un capolavoro a mio avviso ineguagliabile, sia perché l’unica affinità, se proprio ne vogliamo trovare una, sta nella sequela di cadaveri sfigurati. Del resto, trattandosi di un film sui serial killer, non poteva certo mostrare coniglietti e margherite.

Detto questo, partiamo dalla trama. Un ignoto assassino semina cadaveri in giro per gli States e le sue vittime sono persone che non hanno niente a che fare l’una con l’altra, totalmente differenti, senza analogie di nessun genere né alcun tipo di contatto tra loro, residenti in posti diversi e che non hanno mai avuto modo di incontrarsi né di conoscersi. Qualcosa che farebbe letteralmente impazzire la squadra di analisti di Criminal minds.

Tutti omicidi senza apparente movente, che però sono chiaramente collegati, e commessi sicuramente dalla stessa mano, che lascia i cadaveri con gli occhi fuori dalle orbite e li marchia con uno zero tagliato obliquamente (per intenderci il simbolo dell’insieme vuoto). Un serial killer dunque, ma non uno ordinario, questo sembra uno che uccide a caso, sfruttando proprio la teoria criminologica del suspect zero che dà il titolo al film.

Il Sospetto Zero è il killer che agisce senza un motivo apparente. E’ il più pericoloso di tutti perché non segue una dinamica ripetitiva: usa modalità differenti, sceglie vittime con caratteristiche dissimili, non lascia tracce e le sue azioni non sono in escalation. Se un omicida percorresse gli Stati Uniti uccidendo a caso una persona ogni tanto, senza alcun movente, la polizia non potrebbe mai iscrivere nessun sospetto nel registro degli indagati e continuerebbe a non avere idee sul colpevole.

Su questo intricatissimo caso viene chiamato a investigare Thomas Mackelway, un agente dell’FBI appena trasferito per punizione, e a lui viene affiancata la collega Fran Kulok, che, guarda caso, è una sua ex, tanto per infittire la trama o forse rendere più interessante il film, con qualche risvolto sentimental romantico, anche per il pubblico femminile, generalmente poco attratto da film di questo tipo (sottoscritta a parte, naturalmente).

Attraverso l’analisi di una serie di indizi lasciati appositamente per lui, l’agente Mackelway arriva a Benjamin O’Ryan, a sua volta ex agente FBI. O’Ryan faceva parte del progetto Icarus, un addestramento speciale della CIA finalizzato a potenziare e a sfruttare i poteri mentali di alcuni sensitivi per stabilire un contatto telepatico con i serial killer, al fine di prevedere rapimenti e omicidi. E qui mi fermo, perché ho detto anche troppo.

Ci sono senza dubbio le premesse per una storia intrigante, tutta giocata sul conflitto tra la razionalità delle indagini e la difficoltà di capire la logica del paranormale. La trama è complessa quanto basta, ma non sempre i risvolti introspettivi vengono approfonditi appieno, lasciando qualche buco qua e là, con la coppia di agenti protagonisti a brancolare nel buio per tutta la prima parte del film.

Ben presto però il piano di questo assassino assume una sua contorta (e in parte condivisibile) logica che rende la caccia all’uomo una missione controversa: azzeccata in questo senso la scelta di inserire sogni e visioni di carattere preveggente, con uno stile che guarda parecchio ai passati lavori del regista, primo fra tutti L’ombra del vampiro.

Così il film si arricchisce di spunti e suggestioni notevoli, al punto che in certi momenti ricorda David Lynch, ma viene alla fine penalizzato da una durata troppo breve. La trama aveva bisogno di più respiro, soprattutto per carburare e amalgamare meglio i suoi elementi. Siamo sui binari del thriller psicologico, che sonda i lati bui della mente e dell’animo, ma alla fine sembra che tutto sia sacrificato esclusivamente a quest’idea.

Anche gli attori soffrono in parte della brevità della trama: non tanto Kingsley che è sublime, intenso senza mai trascendere, e ha un carisma magnetico che fa passare in secondo piano molte imprecisioni di sceneggiatura, quanto gli altri due protagonisti, Aaron Eckhart e Carrie Ann Moss, che sembrano ispirati a Mulder e Scully di X-Files, e non riescono a dare profondità ai loro personaggi.

Nel complesso è un buon thriller, con sfumature psico-paranormali, che conta su una buona regia e su una messa in scena di classe e non esasperata, un’ottima fotografia,  musiche giuste, montaggio preciso e una sceneggiatura, magari poco credibile, ma originale.
Finale a sorpresa nel deserto, come in Seven, ma per favore niente paragoni.

10 pensieri riguardo “Suspect Zero (2004)

  1. c’è un altro film che ricorda molto seven: resurrection, ma anche lui ha un’identità e temi tutti suoi
    cmq, non è che non mi vedi film horror perke ‘hai paura’ e poi mi guardi pellicole del genere eh LOL

    "Mi piace"

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