Il filo del rasoio (1946)

Un film di due ore e mezza, incentrato su un protagonista che vaga dall’America all’Europa, fino all’Himalaya, alla ricerca del senso della vita, potrebbe apparire noioso. Invece è una pellicola avvincente, ricca di personaggi interessanti, molto ben delineati da un cast di prim’ordine. Tratto dal romanzo omonimo di Somerset Maugham, è una storia affascinante e coinvolgente, in cui si intrecciano le vicende di uomini e donne, toccati in vario modo dalla vita, e uniti da un unico filo conduttore che è il protagonista, alla costante ricerca di un significato da dare alla sua esistenza.

Siamo nel 1919, dopo la fine della prima guerra mondiale: Larry è tornato dal conflitto sconvolto per aver visto morire un suo amico, che gli ha salvato la vita. Per questo motivo ritiene di dover fare qualcosa di grande della sua esistenza, per cui l’amico si è sacrificato, e nella continua ricerca di uno scopo nobile da perseguire, rifiuta qualunque lavoro e abbandona la fidanzata, che gli concede suo malgrado un anno per girovagare per l’Europa alla ricerca di se stesso.

In questo contesto si inseriscono via via altri personaggi che ruotano intorno a Larry, incluso lo stesso Maugham, interpretato da Herbert Marshall, che osserva da vicino quello che succede e lo racconta in prima persona. Due donne si alternano intorno a Larry, la fidanzata Isabella, che, stanca di aspettarlo, finirà per sposarsi per interesse con un ricco uomo d’affari, e l’amica d’infanzia Sophia, che Larry cercherà di salvare dall’alcolismo in cui si è rifugiata per sfuggire alla depressione.

Non si può negare che 145 minuti di film siano effettivamente molti, soprattutto perché alcuni momenti avrebbero potuto essere eliminati senza difficoltà, ma l’attenzione si mantiene alta e il ritmo con cui le vicende si susseguono non annoia mai. Il problema maggiore della pellicola era trasporre sullo schermo un romanzo molto introspettivo, in cui per la maggior parte del tempo il protagonista descrive le proprie sensazioni e i propri pensieri, riflettendo sugli avvenimenti di cui è testimone.

L’approccio filosofico di questa pellicola era quasi unico nel 1946, perché la spiritualità non faceva parte dei film di Hollywood ed era praticamente impossibile tradurre sul grande schermo la ricerca interiore descritta nel libro. Lo sceneggiatore ha fatto del suo meglio, ma rispetto al libro, la versione cinematografica offre molta meno profondità. Tuttavia, il regista Edmund Goulding è riuscito a ricavarne il massimo, mettendo insieme un cast eccellente. Gene Tierney, Anne Baxter e Clifton Webb in particolare brillano, mentre il meno incisivo è proprio il protagonista Tyrone Power.

Lo schermo, d’altra parte, è dominato dalle due protagoniste femminili, la cui scelta non poteva essere più appropriata. La bellezza algida di Gene Tierney contrasta nettamente con la natura modesta, da ragazza della porta accanto, di Anne Baxter, la cui sensibile interpretazione di Sophia le è valsa l’Oscar per la miglior attrice non protagonista. Gene Tierney dipinge un ritratto convincente di una ragazza viziata, interessata solo al benessere economico e allo status sociale, che fa di tutto per ottenere quello che vuole.

Anne Baxter, invece, interpreta la figura più tragica di tutto il film e ne rappresenta tutti gli sviluppi e le trasformazioni in modo mirabile. Clifton Webb interpreta l’eccentrico e ricco zio di Isabel, e lo fa sorprendentemente bene. Webb era l’unico che all’epoca riusciva ad apparire così puro e snob sulla scena, e anche lui è stato premiato con l’Oscar come miglior attore non protagonista.

Tyrone Power dà il meglio di sé nei panni di Larry Darrell, ma sfortunatamente non è molto convincente: il suo ruolo è particolarmente complesso, perché è chiaramente difficile trasferire sul grande schermo una ricerca che si svolge principalmente a livello introspettivo. Power risente del fatto che il romanzo di Maugham non si prestava facilmente a un adattamento cinematografico.

Nonostante tutto, Il filo del rasoio è un film di qualità, con ottimi attori e un’accurata ricostruzione degli ambienti (anche se l’Himalaya è chiaramente uno sfondo dipinto), ma rimane anche un esempio da manuale del fatto che non tutti i libri si prestano ugualmente bene a un adattamento cinematografico. In altre parole se si vuole vivere la ricerca interiore di Larry Darrell, è preferibile leggere il libro, ma il film è comunque piacevole e di certo non annoia.

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