Dallas Buyers Club (2013)

Tratto da una storia vera, anche se gli autori si sono presi parecchie libertà, il film è ambientato tra il 1985 e il 1988, anni in cui l’AIDS era ancora considerato la malattia dei gay. Il protagonista è Ron Woodroof, un rude texano tutto rodei e testosterone, quanto di più lontano si possa immaginare dal mondo omosessuale. Anzi, lui disprezza quel mondo, è razzista e omofobo, e orgoglioso di esserlo.

Passa la sua vita tra alcool e donne, non propriamente virtuose, e forse da una di loro contrae il virus. Informato dal medico di avere non più di un mese di vita (questa era allora l’aspettativa di un malato), scappa dall’ambulatorio imprecando, e dicendo che nulla al mondo avrebbe potuto ucciderlo in trenta giorni. È quello che sa fare meglio: fuggire per evitare le conseguenze delle sue azioni.

Inizialmente non crede alla diagnosi, anche perché convinto che l’AIDS riguardi solo gli omosessuali, ma poi, quando si rende conto di stare sempre peggio, si informa meglio sulla malattia e si rende conto di averla effettivamente contratta. Quando in giro si comincia a sapere della sua positività al virus, rimane isolato e perde gradatamente tutti gli amici. Lui che aveva sempre disprezzato e discriminato gli omosessuali, si ritrova ad essere ora emarginato e trattato come uno di loro.

Il film prosegue raccontando la discesa agli inferi del protagonista negli abissi della malattia, tra cure sperimentali, che gli vengono negate, e i maldestri tentativi di curarsi da sé; parallelamente si sviluppa la sua consapevolezza nei confronti di un mondo che non ha mai preso in considerazione e di cui, suo malgrado, si trova a far parte.

Tra gli altri conoscerà un transgender che si infatua di lui, e che lui, ovviamente, terrà a debita distanza. Conoscerà la disperazione, la rabbia e l’ingiustizia, avrà a che fare con la corruzione e con l’avidità del sistema sanitario, che persegue il guadagno sulla pelle dei malati, e arriverà a far causa alla FDA per ottenere un farmaco che potrebbe salvare la vita a tanti malati come lui. Gli sforzi di Ron non saranno vani, perchè costituirà un importante precedente, anche se questo non gli impedirà di morire; Ron Woodroof morirà infatti nel 1992, oltre sette anni dopo la prognosi iniziale che era di appena 30 giorni.

La storia vera su cui il film si basa presenta alcune differenze rispetto alla finzione cinematografica, soprattutto riguardo al personaggio del protagonista. Ron Woodroof non era un cowboy, nel suo aspetto non c’era nulla che avesse a che fare con i rodei o con il vecchio west, e secondo chi lo conosceva bene, non era per niente omofobo e razzista come viene descritto; era solo un povero diavolo colpito da una malattia di cui allora si sapeva poco o niente, che cercava di sopravvivere come poteva. In realtà non si sa come abbia realmente contratto l’AIDS, ma secondo alcuni amici era omosessuale.

La storia della sua vita e del Dallas Buyers Club è venuta allo scoperto grazie ad un’intervista rilasciata da Ron stesso, prima di morire, ad un giornalista del Guardian, e molti degli stratagemmi descritti nel film, per importare i farmaci di contrabbando, corrispondono alla realtà. Quello che invece è un po’ più romanzato è l’effetto di questi farmaci, perché sembra che spesso la condizione dei malati non migliorasse, come si vede nel film, ma anzi peggiorasse notevolmente, almeno questo è quanto è stato obiettato dalla comunità medica che si è vista tirare in ballo dalla storia di Ron.

E sembra che anche il modo in cui viene descritto l’AZT abbia sollevato diverse critiche, perché si tratta di un antivirale molto efficace che viene usato ancora oggi contro l’HIV; risponde però a verità che allora provocasse talvolta danni collaterali anche ingenti, se veniva somministrato in dosi elevate. Ma queste sono polemiche sterili, che poco interessano, anche perché la verità, si sa, è difficile da raggiungere quando ci sono in gioco grandi interessi economici, come abbiamo ben imparato nell’attuale situazione pandemica.

I primi tentativi di realizzare un film sulla vita di Woodroof risalgono al 1996. Nel corso degli anni il progetto si era bloccato più di una volta, anche perché osteggiato da tutte le major, che ritenevano troppo difficile la storia di Ron, nonostante per il ruolo principale fossero stati presi in considerazione divi come Dennis Hopper, Brad Pitt o Ryan Gosling. Alla fine il film è costato pochissimo ed è stato girato a tempo di record in location molto squallide. Il successo del film si deve sicuramente ad una sceneggiatura scritta con brio che trasforma il doloroso calvario di un uomo, in un percorso di speranza e redenzione, e riesce a tenere la storia su di un giusto equilibrio, evitando di scivolare in un facile pietismo o un altrettanto facile attacco politico all’industria farmaceutica.

Ovviamente molto del successo si deve anche all’interpretazione di McConaughey, che non ha esitato a sacrificare il suo fisico perfetto, arrivando a perdere 26 chili in circa 6 mesi, per evidenziare le conseguenze della malattia. Ma la trasformazione fisica non è la parte più importante del suo ruolo: ha dovuto infatti interpretare tutte le sfumature di un personaggio pieno di contraddizioni, e lo ha fatto in maniera esemplare, mostrandoci il cambiamento di un uomo egoista, rozzo e odioso, in un essere umano capace di combattere non solo per se stesso ma anche per gli altri, quegli stessi omosessuali e transgender che prima disprezzava. Sembra quasi che, di pari passo con la perdita di peso, il personaggio sviluppi un’umanità prima impensabile.

Da sottolineare anche la convincente prova di Jared Leto in versione transgender, pure lui dimagrito (anche se di “soli” 13 chili), nascosto da un trucco favoloso che lo rende quasi irriconoscibile. Tutti premiati con l’Oscar: McConaughey, Leto e i truccatori.

Nel complesso è un film straordinario, in cui il regista non confeziona l’ennesima storia che passa dalle stanze dell’ospedale alle aule di tribunale, cedendo alla retorica o alla facile commozione, ma ci regala una storia vera e umana, in cui la trasformazione emotiva del protagonista è la cosa più bella e significativa.

La sua forza è la capacità di fondere abilmente la storia semplice della vita di un uomo sfortunato, con il suo cambiamento interiore, la sua lotta e la vittoria finale, che non è solo sua, ma di tutti i malati come lui; così alla fine il film non ci lascia il ricordo triste dell’uomo che è morto, ma la testimonianza di tutto quello che è riuscito a fare prima di morire.

8 pensieri riguardo “Dallas Buyers Club (2013)

  1. film molto toccante, mi ha sempre fatto strano leggere che la sua sessualità fosse ambigua (?) perke se non sai come ritrarlo non è che scegli un versante della montagna eh

    leto cmq divino, un’altra sua famosa body transformation e uno dei rari casi in cui un artista eccelle sia nel cinema sia in musica

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    1. In effetti è sembrato strano anche a me, trattandosi di un personaggio realmente esistito, di cui hanno mantenuto l’identità anagrafica, che poi ne abbiano stravolto la personalità e l’identità sessuale… Ci sarebbero stati gli estremi per una causa legale.

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