Il castello (2001)

Il film è un’abile commistione del genere carcerario e di quello militare, e ha gli attributi per piacere agli appassionati di entrambi. Inoltre la presenza di due grandi attori come Redford e Gandolfini, qui uno di fronte all’altro in una gara di bravura, rende la pellicola ancor più interessante.

Eugene Irwin, eroe di guerra e popolare generale dell’esercito degli Stati Uniti, viene condannato dalla corte marziale per aver disubbidito ad un ordine, che riteneva ingiusto. Viene quindi inviato in un carcere militare di massima sicurezza, per scontare una pena di 10 anni. Il carcere è diretto con particolare severità dal colonnello Winter, un burocrate che non ha mai combattuto e che approfitta della divisa per esercitare il potere sui detenuti, in modo violento e quasi sadico, avvalendosi della sua posizione di supremazia per umiliare costantemente i sottoposti.

All’arrivo del generale Irwin, il direttore del carcere, che è da sempre un suo grande ammiratore, lo accoglie con una certa deferenza, dovuta al rispetto per i gradi e soprattutto per suoi trascorsi militari; tuttavia ben presto si accorge che il rispetto non è reciproco, quando sente involontariamente un commento del generale sulla sua collezione di reperti bellici, di cui lui è particolarmente orgoglioso, e che invece Irwin considera una inutile raccolta di oggetti simbolici, messi in mostra solo per fare scena, da una persona che evidentemente non ha mai visto un campo di battaglia.

Da questo momento tra i due sarà guerra aperta, alimentata anche dalle simpatie che il generale attira su di sé da parte degli altri prigionieri: vedendo infatti un crescendo di atti di crudeltà ingiustificata sugli uomini da parte del colonnello Winter, il generale Irwin deciderà di guidare i detenuti ad una rivolta per prendere possesso del carcere. Ci riuscirà, ma non senza pagare un caro prezzo.

Gli stereotipi del genere carcerario ci sono un po’ tutti, dal direttore inflessibile che abusa della propria posizione rasentando il sadismo, ai detenuti che in realtà sono sempre migliori di quanto ci si possa aspettare, per non parlare del piano rocambolesco con cui i rivoltosi riusciranno a impadronirsi dell’inespugnabile fortino. La scena del caporale Aguilar in punizione per aver fatto il saluto militare ad Irwin (cosa vietata dal regolamento carcerario), costretto a stare tutta la notte in piedi sotto la pioggia battente, ricorda molto da vicino la scena di Ufficiale e gentiluomo in cui Richard Gere subiva più o meno la stessa sorte.

Tuttavia ci sono anche diversi elementi di novità, che rendono interessante e originale questo film. Innanzi tutto il regista sottolinea lo scontro tra l’autorità morale del generale e quella disciplinare del colonnello, che si vede sminuito costantemente dalla presenza di questo eroe di guerra; sa di non poter esserne all’altezza, e proprio per questo fa di tutto per umiliarlo agli occhi dei detenuti, senza per altro riuscirvi.

In secondo luogo il film cerca di approfondire il significato di attitudine al comando, di cui non tutti sono dotati e che non è una questione di gradi: il generale Irwin si guadagna il rispetto dei detenuti per le sue qualità di coraggio, onestà e dignità, e grazie alla sua capacità di amalgamarli in un insieme unico, facendoli sentire a loro volta rispettati, mentre il colonnello usa solo la forza della disciplina per dominare i detenuti, e proprio questo porta inevitabilmente alla rivolta.

Il film è sostanzialmente un duello psicologico e silenzioso tra i due militari, fatto di sguardi e frecciatine celati sotto un apparente rispetto formale. I due protagonisti sostengono in modo eccellente i loro ruoli, sia Redford, che rimane l’ultima leggenda vivente del vecchio cinema americano, dopo la morte di Newman, sia Gandolfini che, prima di scomparire prematuramente dalle scene, si è fatto più volte notare per la propria sensibilità interpretativa, in ruoli, come questo, non privi di sfaccettature.

Ma il regista approfondisce anche la psicologia dei personaggi minori, in particolare del caporale Aguilar, interpretato da Clifton Collins jr, la cui morte sarà un elemento determinante nell’accendere gli animi dei detenuti e unirli nella rivolta, e del soldato Yates, impersonato da Mark Ruffalo, che, presentatosi inizialmente come un opportunista preoccupato solo di sopravvivere, finirà per dare il suo contributo fondamentale alla vittoria finale. Da segnalare il cameo di Robin Wright, unica figura femminile, nei panni della figlia del generale Irwin, cameo che però non lascia alcun segno di rilievo. Inoltre il film tenta di analizzare in profondità le complesse dinamiche che portano gradatamente un manipolo di uomini allo sbando, a formare qualcosa di molto simile a un esercito, sia pure in formato ridotto. La seconda parte del film è quasi tutta incentrata su questa progressiva trasformazione.

Certo non si deve dimenticare che siamo ad Hollywood, e lo show vuole la sua parte. Dal momento in cui comincia la rivolta si susseguono tutta una serie di immagini ad effetto, con esplosioni e manovre spettacolari, in un crescendo apocalittico che culmina nella scena finale con la capitolazione del cattivo, ormai sconfitto, e i detenuti in piedi che salutano la bandiera, issata sul pennone, rendendo onore al loro generale. Il tutto sottolineato dalle musiche epiche di Jerry Goldsmith.

Ma anche nella ricerca della spettacolarità ad ogni costo va apprezzato il tentativo riuscito del regista di suscitare emozioni con l’attenzione ai particolari e la cura dei dialoghi prima che con banali effetti speciali. Quanto alla conclusione, che ricorda in qualche modo Brubaker, era implicita fin dall’inizio, ma non per questo risulta meno toccante. Finale hollywoodiano sì, ma con sentimento.

20 pensieri riguardo “Il castello (2001)

      1. Questo è vero, però conosco uomini della sua età che hanno ancora il taglio così con la frangetta, del tutto naturale. Sono pochi, ma qualcuno c’è. Forse il colore è un po’ ritoccato…

        Piace a 1 persona

  1. Hai detto bene: l’attitudine al comando è una qualità di cui non tutti sono dotati, e non è una questione di gradi. Ci sono persone con una carica di potere che palesemente non sono all’altezza del loro compito, e altre che pur non avendo nessun ruolo ufficiale sono in grado di esercitare una leadership fortissima su coloro che li circondano.
    Riguardo al film, è piaciuto anche a me, proprio per i motivi che hai lucidamente elencato nella tua recensione. Hai ragione a dire che Redford e Gandolfini hanno recitato benissimo le loro parti; oltre a loro stimo molto anche Mark Ruffalo. Non tanto per questo film (in cui recita una parte molto decorativa, che poteva interpretare chiunque), quanto piuttosto per Tutto può cambiare, in cui ha offerto una prestazione davvero eccellente.

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