L’uomo della pioggia (1997)

Da non confondere con l’omonimo e più conosciuto Rain man, questo film è tratto da un romanzo di Grisham, che sappiamo essere una sicurezza in materia di gialli giudiziari. Mentre il titolo del film con Dustin Hoffman e Tom Cruise, Rain man, derivava dalla storpiatura del nome del protagonista (Raymond), il titolo di questa pellicola, Rainmaker, viene dal gergo legale americano: l’uomo della pioggia in uno studio legale è il socio capace di portare grossi guadagni, una specie di uomo della Provvidenza.

Il personaggio principale è un avvocato, Rudy Baylor, fresco di laurea e alla ricerca di clienti. E’ un idealista, che ha studiato e pratica la legge per combattere le ingiustizie, soprattutto ad opera di ricchi e potenti. Nella sua affannosa ricerca di un lavoro viene in contatto con l’ambiente della malavita, tramite l’ambiguo avvocato Stone che lo assume. All’interno dello studio, in verità un po’ fatiscente e molto equivoco, conosce Deck, un praticante tutt’altro che imberbe, che non è ancora riuscito a passare l’esame di abilitazione, ma ciò nonostante conosce a fondo la materia legale.

Lasciato lo studio di Stone, che nel frattempo è finito nei guai con l’FBI, Rudy si lancia in difesa di una povera famiglia truffata da una grossa compagnia di assicurazioni: il figlio, affetto da leucemia, muore senza che l’assicurazione paghi per un’operazione che avrebbe potuto salvargli la vita. D’altronde la compagnia si appella a cavilli legali, assolutamente validi, e sottoscritti nel contratto di assicurazione. Si tratta di dimostrare non tanto l’illiceità del comportamento della compagnia, quanto l’immoralità di una prassi ormai consolidata e iniqua.

Sarà dura far valere i diritti dei deboli, sia pure supportati da valide prove, contro il potere dei forti, che non disdegnano neppure l’imbroglio, ma Deck saprà dargli una mano. E nella sua costante ricerca di deboli da proteggere, Rudy si troverà anche a difendere una giovane donna dalle ripetute violenze del marito, finendo per innamorarsene.

Il film attraversa tutte le fasi necessarie del genere: una breve introduzione, con panoramica del sistema legale americano, la realtà sconfortante di uno studio ai limiti della legalità, l’ingiustizia da combattere, che si presenta al momento giusto, con tanto di vittima sacrificale, un’adeguata dose di suspense, con qualche colpo di scena, e la vittoria finale, consolatoria, anche se una vittoria di Pirro. Questo non significa che il film sia scontato. Anzi, la vicenda assume contorni di originalità grazie alla regia di Coppola, che pur restando classica nella forma, rinnova il genere con un tocco di gradevole ironia, alleggerendo le situazioni più drammatiche.

Nonostante duri poco più di due ore, il film non annoia mai e non presenta momenti di stanchezza, ma anzi mantiene un ritmo sempre sostenuto e teso; il regista alterna sapientemente i momenti più drammatici con l’ironia di Deck e le battute di Rudy, oltre alle divertenti barzellette sugli avvocati inserite qua e là al momento giusto. Inoltre la regia non indulge mai sul particolare lacrimevole, anche se sarebbe facile, neppure nel momento drammatico del funerale, che è descritto con molta compostezza. La narrazione fuori campo, che alterna divertenti battute a riflessioni di etica legale, riempie abilmente gli spazi tra una sequenza e l’altra, facendo da filo conduttore di tutta la vicenda, e amalgamando in maniera armonica le sequenze fuori e dentro il tribunale.

Il cast è all’altezza della storia e rende giustizia alla sceneggiatura. Matt Damon, allora giovanissimo, è perfetto nel ruolo del giovane avvocato idealista, inesperto ma non tanto ingenuo da cadere nelle trappole della controparte, mentre John Voight è ormai specializzato in ruoli di insopportabile ed equivoco rappresentante di un sistema capitalistico avido e insaziabile, per cui tutto, anche una vita umana, può essere comprato. Da ricordare anche Claire Danes, nel ruolo della moglie maltrattata dal marito, e Virginia Madsen, testimone chiave, in una delle sue caratterizzazioni migliori.

Danny Glover è grandioso nel ruolo del giudice, sornione ma implacabile, che sorride sotto i baffi ogni volta che può contrastare l’arrogante avvocato Drummond, e in certi momenti arriva quasi a suggerire a Rudy la mossa migliore. Anche Mickey Rourke, nei panni dell’ambiguo e stravagante avvocato Stone, dà un notevole contributo alla riuscita del film, sia pure in un ruolo di contorno.

Un discorso a parte va fatto per Danny De Vito, intrigante e autoironico nel ruolo del non-ancora-avvocato, che conosce la legge, le strategie e le procedure meglio dei Principi del Foro, pur non avendo ancora passato l’esame di abilitazione. Con la sua conoscenza del sistema legale, comprese tutte le inevitabili falle, le trappole e gli imbrogli, è il contrapposto perfetto per l’idealimo e l’ingenuità di Rudy. De Vito dà una forte caratterizzazione al personaggio, facendo leva anche sul suo innegabile talento comico.

Tutta la vicenda è accompagnata dalla voce fuori campo del protagonista, che racconta le proprie scelte, le impressioni, le paure e il proprio giudizio su quello che lo circonda; così finiamo per affezionarci a questo giovane avvocato, e assistiamo alla sua progressiva crescita professionale, ma soprattutto umana; ne ammiriamo il coraggio, direi quasi la temerarietà, con cui affronta gli avversari, e l’empatia con cui tratta i suoi clienti e persino i testimoni.

Perché in definitiva questo film non è soltanto la storia di un processo ma è soprattutto la storia di un avvocato, che da questo processo uscirà completamente cambiato, e la sua evoluzione lenta e graduale porterà ad una trasformazione delle sue convinzioni su ciò che è giusto o sbagliato, sia nella professione legale che nella sua stessa esistenza.
Nel complesso è un legal movie ben fatto, che mantiene un certo equilibrio tra ironia e dramma, e, cosa abbastanza rara per il genere, riesce ad essere realistico.

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