Chocolat (2000)

Un film che inizia con “C’era una volta”, non può che essere una favola, una vicenda suggestiva raccontata in chiave simbolica, dove nessun personaggio è casuale, ma ognuno ha la sua caratterizzazione e il suo perché. Alla regia c’è quel Lasse Hallström che si è dimostrato un maestro di rara sensibilità nel dirigere pellicole come Buon compleanno Mr. Grape e Le regole della casa del sidro. Anche questa volta parte da un romanzo e lo traduce in immagini, dando vita ai personaggi con un attento approfondimento psicologico e dimostrando la propria particolare capacità di rappresentare situazioni ed emozioni attraverso lo studio dei dettagli e la ricostruzione degli ambienti.

Siamo nella Francia della fine degli anni ’50, in un piccolo paesino dominato dai pettegolezzi e dalla ristrettezza mentale dei suoi abitanti, dove tutto è già stabilito e non è ammesso nulla che esca dai binari. In questo ambiente ipocrita e falsamente perbenista, arriva non si sa da dove Vianne, una madre single, con la figlia Anouk, e non si sa per quanto intenda fermarsi, ma la piccola cioccolateria che apre in paese rivoluzionerà la vita di quasi tutti gli abitanti. La donna diventa di colpo oggetto di scandalo per l’intera comunità, guidata da un sindaco bigotto e represso che non vede di buon occhio l’apertura di un negozio di dolci, proprio in tempo di quaresima.

Vianne sarà mal vista sia dagli uomini, che la considerano solo un irraggiungibile oggetto del desiderio, sia dalle donne, che la vedono come una tentazione da tenere alla larga dai propri uomini. Inoltre la donna fa subito amicizia con le persone sbagliate, quelle che in paese sono mal viste per il loro passato, e ben presto si lega sentimentalmente a un’altra anima vagabonda e ribelle come lei, un affascinante zingaro, anche lui vittima di pregiudizi e cattiverie.

Dunque il suo approccio con la piccola comunità non sembra essere dei migliori. Ma col passare del tempo, Vianne non solo saprà ricavarsi il suo spazio tra la gente del paese, ma riuscirà anche a migliorare la vita di tutti, svegliandoli dal loro torpore e dalla monotonia di giornate sempre uguali, per regalare ad ognuno la propria fetta di serenità, una volta liberati dagli scrupoli imposti da una moralità bigotta.

Il film è una parabola efficace contro i pregiudizi nei confronti del diverso e anche contro quel manto di finto perbenismo che spesso copre i vizi privati, con le pubbliche virtù. La storia è raccontata con eleganza da un regista come sempre al servizio degli attori, mai alla ricerca di guizzi particolari, ma molto essenziale alla narrazione.

Il cast è straordinario, ogni personaggio è caratterizzato perfettamente e l’insieme rende benissimo il contorno chiuso del paesino in cui ogni abitante ha un suo ruolo ben preciso, da cui non può e non vuole uscire per non turbare il quieto vivere così caro a tutti. E la metafora del cioccolato è riuscitissima: è come se gli abitanti del piccolo paesino scoprissero le gioie della vita insieme alle delizie del palato, a dimostrazione che la vita va assaporata senza pregiudizi e remore, lasciandosi sorprendere dalla novità e da ciò che appare diverso.

Così la splendida e misteriosa cioccolataia e l’inquieto zingaro ribelle incarnano l’anelito di libertà insito in ognuno di noi, tanto più forte e prepotente di fronte alle costrizioni moralistiche di stampo religioso. Se un difetto si può trovare in questa storia è il finale un po’ troppo semplicistico e fin troppo didascalico, quasi come nelle fiabe dei bambini. Troppo facile vedere nella figura di Vianne la rappresentazione di una morale edonistica che sconfigge l’oscurantismo del pensiero religioso tradizionale.

In pratica nella seconda parte del film si perde molto del potenziale rivoluzionario del messaggio iniziale; per quanto la prima metà della pellicola sia stimolante, lo sviluppo successivo delude un po’. Troppo manichea la visione che mette tutti i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Troppo facile pensare che un assaggio basti per cambiare la vita. Vianne contro tutti, lei bella, buona, aperta a tutti, senza pregiudizi né regole, portatrice di felicità, e dall’altra parte tutto il paese, chiuso, immobile, incatenato da un conformismo di valori dipinti come superati e portatori di infelicità.

Rimane una favola delicata e graziosa, recitata superbamente da tutto il cast, Molina e Dench in primo piano, ma anche Depp lascia il segno nei panni del nomade ribelle e anticonformista. Juliette Binoche si presenta come un delizioso bonbon e la Olin, diretta dal marito, si lascia andare e ci regala momenti di pura emozione.
Un film che strizza l’occhio e si lascia gustare, come una bella tazza di cioccolata calda con un pizzico di peperoncino.

19 pensieri riguardo “Chocolat (2000)

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