Molto forte, incredibilmente vicino (2011)

Tratto dal secondo romanzo di Jonathan Safran Foer, è un film intenso e struggente che parla di una perdita dolorosa e della lotta disperata per superarla. Oskar Schell è un bambino di 11 anni che deve venire a patti con la morte del padre, scomparso nell’attentato alle Torri gemelle. Diciamo subito che non siamo di fronte all’ennesimo film sull’11 settembre, qui la tragedia rimane sullo sfondo, anche se contribuisce non poco a rendere particolarmente toccanti alcune scene. Ma il tema centrale del film rimane il dolore della perdita, e se il padre di Oskar fosse morto in un incidente o per un infarto, non farebbe molta differenza per le dinamiche della vicenda.

Stephen Daldry alla regia è garanzia di quell’approfondimento psicologico e quell’attenzione ai sentimenti, che hanno reso grandi molti dei suoi film, da Billy Elliott a The Hours.  La pellicola ha una struttura semplice ma nasconde una certa complessità, e soprattutto una carica emotiva che ha la capacità di coinvolgere per tutta la sua durata. E’ un film abbastanza lungo, soprattutto se si pensa alla trama, davvero esigua, eppure non manca di ritmo. Il protagonista è il ragazzino, un tipo un po’ strano, originale e creativo, forse autistico, anche se non viene mai detto apertamente, ma caparbio e coraggioso, e dotato di una sensibilità grandissima che cerca disperatamente di nascondere. E’ lui che ci racconta tutto il film con la sua voce, dal suo punto di vista molto particolare.

Gli adulti hanno ruoli secondari, a partire da Tom Hanks, che interpreta il padre, ma tutti gli adulti che ruotano attorno al protagonista sono importanti, i presenti e soprattutto i grandi assenti. Oskar ha difficoltà a parlare con estranei e prova una forte paura per molte cose della vita. Ha interessi molto particolari e adora i giochi di parole. Il padre è empatico e partecipa ai giochi del figlio, gli dà spazio e allo stesso tempo cerca di prepararlo per vivere in mezzo alla gente, e quando perde il padre, Oskar perde l’equilibrio. La madre, interpretata da una Sandra Bullock mai così anonima e quasi trasparente, ne ha abbastanza del proprio dolore e non riesce ad affrontare anche la disperazione del figlio.

Eppure, superato il momento del dolore, la parte più angosciante del film, la vicenda prende una svolta nuova e diversa, una nuova vitalità, come se fossero due film differenti. Anche la musica accompagna questo cambio di registro. La prima parte in certi momenti è quasi insostenibile, ma i momenti più intensi e toccanti devono ancora venire. Si piange, ma si ride anche, proprio come succede nella vita.

Quando il bambino trova una chiave tra le cose del padre, diventa ossessionato dalla ricerca della serratura in cui inserirla, convinto che se troverà la sua serratura, in qualche modo si avvicinerà di nuovo al padre. Questo porta Oskar a fare un viaggio attraverso la città, dove incontra diversi tipi di persone, in ambienti molto differenti, e alla fine riesce ad accettare l’idea che suo padre è morto e non tornerà mai più. Il tema centrale del film è il rapporto tra padre e figlio, non solo di Oskar con suo padre, ma si parla di padri scomparsi per vari motivi: o perché sono morti o perché se ne sono andati di propria iniziativa, tutti uomini, che in vari modi, sono pezzi importanti del puzzle nella vita di Oskar. Eppure sarà la madre, alla fine, a dare compiutezza e senso al suo viaggio.

Thomas Horn interpreta Oskar con i piccoli strumenti che ha a disposizione la sua giovane età, eppure riesce a mostrare mirabilmente, attraverso sguardi ed espressioni del viso, tutto ciò che Oskar sente e sperimenta. La fotografia vivace e luminosa dà a New York tutto lo spazio per brillare, e ci sono splendidi cameo riservati ad attori famosi come Viola Davis, Jeffrey Wright e John Goodman. Ma è Max von Sydow che fornisce al film la necessaria dose di umorismo e prospettiva.

Nelle scene in cui è presente, anche se ottantenne, risalta sullo schermo, senza bisogno di parole. Il suo sguardo, a volte serio, spesso malizioso, la dice lunga. È assolutamente meraviglioso nel ruolo del vecchio che, con una certa resistenza, segue Oskar nelle sue lunghe passeggiate per la città. Non dice una parola, eppure dice tutto. L’associazione del bambino ansioso, iperattivo e loquace con il vecchio silenzioso e calmo è un ossimoro che funziona. Max von Sydow mostra attraverso la sua interpretazione che un buon attore non ha necessariamente bisogno di parole per trasmettere emozioni: il suo viso emaciato e segnato dal tempo e dal dolore mostra tutta la gentilezza e la sua disponibilità a stare con il bambino.

Le sequenze in cui i due compaiono insieme sono quelle più leggere, i momenti in cui si riesce a sorridere; la scena più terribile è l’ascolto dei messaggi lasciati dal padre sulla segreteria telefonica, davvero difficile da guardare.
Ma nel complesso è un film che suggerisce un’idea positiva della vita, vista come una continua ricerca di qualcosa che ci dia motivo di andare avanti, senza guardarsi troppo indietro, per evitare di perdersi nei ricordi e bloccare il futuro. In questo senso, è un film che scalda il cuore.

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