Le regole della casa del sidro (1999)

Un film delicato e poetico, pur coraggioso nelle tematiche forti, tratto dal romanzo omonimo di John Irving, che racconta la storia di un giovane orfano e del suo lento processo di crescita, fino alla scoperta del suo posto nel mondo. La pellicola è divisa in due parti ben distinte, che seguono l’ordine cronologico della narrazione, raccontando la maturazione fisica e psicologica del protagonista e lo sviluppo progressivo del rapporto con il suo mentore. Nella prima parte inizia e si sviluppa la relazione di reciproco affetto tra il giovane e il tutore, che cerca in qualche modo di plasmarlo a sua immagine e somiglianza; nella seconda parte invece cresce ed esplode il suo tentativo di svincolarsi dalla dipendenza affettiva e reclamare a gran voce la propria indipendenza.

Wilbur Larch, anziano medico specializzato in ginecologia, dirige un istituto dove aiuta gratuitamente le donne ad affrontare gravidanze indesiderate, rispettando rigorosamente le loro scelte: pratica quindi l’aborto, di nascosto ma in tutta sicurezza, se la madre decide di non far nascere il bambino, mentre si occupa di crescere i bambini e cercar loro una famiglia adottiva, se le madri decidono di abbandonarli subito dopo la nascita. Nell’orfanotrofio si trovano bambini di ogni età, alcuni con gravi problemi di salute, e tutti sperano di essere un giorno adottati, godendo nel frattempo delle cure affettuose del dottore e delle sue assistenti, che costituiscono per alcuni di loro l’unica famiglia che potranno mai avere.

Tra i tanti ospiti dell’istituto, il medico si affeziona in modo particolare ad Homer, e quando questi inizia a diventare grande senza essere stato adottato, il dottore comincia a trasmettergli le sue conoscenze, facendosi assistere durante gli interventi, nella speranza che possa un giorno prendere il suo posto e continuare la sua missione.

Ma Homer, che non ha mai visto altro che l’istituto e in più non condivide l’impegno abortista del suo tutore, vuole conoscere il mondo e alla prima occasione decide di partire in cerca di fortuna. Avrà modo di mantenersi da solo, lavorando in una piantagione di mele che si occupa della produzione di sidro (da cui il titolo del film) e qui verrà a contatto con realtà di cui non aveva mai nemmeno sospettato l’esistenza.

Tra le varie esperienze che avrà occasione di fare, compreso l’amore, avrà anche modo di mettere in pratica gli insegnamenti del suo mentore, e comprenderà le scelte etiche di Wilbur che non aveva condiviso; ma quando avrà visto abbastanza del mondo, capirà che il suo posto è l’orfanotrofio, e tornerà a casa, proprio al momento giusto per raccogliere l’eredità dell’unico padre mai avuto.

Irving non fu molto soddisfatto della trasposizione. Aveva chiesto espressamente che venisse dato il giusto risalto al rapporto tra Homer e il dottor Larch, mentre per esigenze cinematografiche fu dato più rilievo alla storia d’amore tra Homer e Candy, e anche sulla locandina compaiono solo loro, mentre Irving aveva pregato di evitarlo. In effetti la storia d’amore è solo marginale, anche se poi è il suo esito che riporterà Homer alla clinica da cui era partito.

Lasse Hallström affronta, con l’intensità e la rara sensibilità a lui consuete, temi difficili come l’aborto e l’incesto, e lo fa con una leggerezza che trasforma anche i momenti più drammatici in poesia. Questo acclamato regista svedese ha già mostrato con Buon compleanno Mr. Grape di saper raccontare una storia drammatica di sofferenza ed emarginazione senza inutili patetismi. Con Chocolat dimostrerà la sua capacità di visualizzare sottilmente le emozioni più profonde. Qui invece scopriamo che ha una sensibilità particolare per i colori e l’atmosfera e che riesce a tradurli sul grande schermo nel modo migliore: si può quasi sentire l’odore dell’etere nei corridoi dell’orfanotrofio e il vento pungente mentre i bambini combattono a palle di neve. La musica invece è un accompagnamento minimo e non viene usata come espediente stilistico nei momenti drammatici.

Tutto è perfetto in questo film, e nonostante le tematiche dolorose, non si avverte una sensazione opprimente. Non è un caso che Hallström sia già stato nominato due volte per l’Oscar. Non è giusto che non l’abbia ancora vinto. Oscar meritatissimo è andato invece a Michael Caine, attore grandioso e semplice allo stesso tempo, che riesce a trasformare in parole uno sguardo o un gesto, e contorna i suoi personaggi di un’umanità semplice ma mai banale. Charlize Theron fa brillare la femminilità di Candy con una sensualità disarmante e innocente, mentre Tobey Maguire, pur convincente nel suo ruolo, spreca un’ottima occasione per emergere, e finisce dritto nei panni di Spiderman.

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