Big eyes (2014)

Una storia vera, ma a tratti talmente assurda da sembrare frutto di fantasia. La storia di una donna che subisce, da parte del suo uomo, una violenza forse anche peggiore della violenza fisica. Una prepotenza di cui è inizialmente complice silenziosa, un sopruso umiliante e reiterato che finisce per privarla del riconoscimento che le spetta di diritto. Si parla di un’artista, sensibile e originale, dal tratto delicato e ineguagliabile, che si vede privata davanti al mondo della paternità dei suoi dipinti, dall’uomo che dice di amarla.

I dipinti di Margaret Keane erano famosi in tutto il mondo negli anni ’50 e ’60: caratterizzati dalle immagini di bambini che affascinavano lo spettatore con grandi occhi tristi e sognanti. Il problema è che per lungo tempo i suoi disegni sono stati ritenuti opera del marito, Walter Keane, e il film si propone di spiegarci come questo sia potuto succedere. Big Eyes inizia proprio quando Margaret sta per lasciare il suo primo marito. Non ne conosciamo i motivi, ma dopo tutto non interessano. Quello che capiamo di questa donna è che sente il bisogno di fuggire da una prigione soffocante, e che solo la pittura la aiuta ad evadere dalla realtà quotidiana.

Una volta a San Francisco, si cerca un lavoro per mantenere la figlioletta, perché la pittura non è sufficiente per mangiare. Tra le bancarelle degli artisti di strada, dove dipinge a tempo perso, conosce il carismatico Walter Keane, anche lui pittore, che ha un innegabile talento per la vendita più che per la pittura. Felicissimi delle opportunità che possono offrirsi a vicenda, i due presto si sposano. Inizialmente Walter fa di tutto per promuovere le opere della moglie, di cui intuisce le potenzialità, ma quando i dipinti vengono effettivamente notati dal grande pubblico, e attribuiti a lui per un equivoco, si guarda bene dal dire la verità.

Anzi, convince la giovane moglie a non dire nulla e ad approfittare del vantaggio economico derivante dalla vendita dei quadri. La donna, soggiogata dalla forte personalità del marito, non ha la forza di opporsi, e forse neanche la voglia di rinunciare ai guadagni che la bugia porta in abbondanza.

E gradualmente diventa chiaro che Keane non è l’uomo che dice di essere. Pittore mediocre dalla parlantina facile e abile venditore, sfoga le proprie aspirazioni fallite nel talento di lei, che possiede un universo interiore ricco di emozioni e lo riversa nei grandi occhi dei bambini che ritrae.

E’ il secondo film di Tim Burton tratto da una storia vera, e si può dire che non è il classico film che ci si aspetta da lui: le sue storie ci hanno abituato a scenari fantastici e fiabeschi, e ad atmosfere sognanti e surreali che poco hanno a che fare con la realtà. Mentre Ed Wood raccontava la storia vera di un personaggio reale, ma di per sé grottesco e divertente, Big eyes rischia di essere noioso, raccontando una vicenda singolare sì, ma senza troppe sorprese. In più, il fatto che la storia sia mediata da un narratore esterno, non aiuta di certo.

Ma non è l’unico problema di questa pellicola. La vicenda viene mostrata in maniera frammentaria, perciò risulta difficile per lo spettatore cogliere le relazioni causa-effetto e l’evoluzione personale dei personaggi, in particolare di Margareth. Molte le domande che non trovano risposta. Margareth è solo uno spirito libero o un’anima disadattata e incompresa, come molti dei personaggi di Burton? Il film non lo chiarisce e la recitazione di Amy Adams, che la interpreta con grande sensibilità, non aiuta.

Non perché non sia bravissima, anzi, riesce a esprimere tutto il mondo interiore di questa donna remissiva e sottomessa, con una recitazione sussurrata, fatta di sguardi intensi e silenzi, in cui si leggono tutte le frustrazioni e le delusioni del suo personaggio. Purtroppo però è il personaggio di Walter, interpretato da Christoph Waltz, il più interessante a livello cinematografico, ed è a lui che viene affidato il compito di affascinare il pubblico, proprio come è accaduto nella realtà della vicenda; l’attore si cala alla perfezione nel ruolo istrionico e offre una prova volutamente sopra le righe, in un crescendo di antipatia  e sgradevolezza che finisce per occupare di fatto tutta la scena.

Il fatto che siamo di fronte a una storia reale limita di fatto l’estro fantastico di Burton, che tuttavia lascia qua e là qualche segno del suo passaggio: un pezzetto di scenografia che ricorda la cittadina di Edward mani di forbice, una San Francisco dai colori pastello, l’albero spoglio di Big fish, la messa in scena e l’uso della fotografia per scavare nella natura più intima dei personaggi. La mano di Burton è nascosta un po’ ovunque, anche se la magia a cui ci ha abituato, è necessariamente contenuta. Forse anche perché la storia vera su cui si basa il film è già talmente carica di fascino, di turbamenti e dubbi irrisolti, da rendere superfluo qualsiasi tentativo di renderla ancora più fantasiosa.

29 pensieri riguardo “Big eyes (2014)

  1. Da molto tempo non trovo più interessante Tim Burton, ma almeno qui c’è Amy Adams: avendo io un debole per lei, un film che la veda protagonista parte già con un voto di sufficienza a prescindere 😛
    Scherzi a parte, c’era sicuramente un modo migliore di raccontare questa storia, ma sarà la presenza di Amy comunque mi sono goduto il film 😉

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  2. Visto! Una storia sempre attuale, ma sempre … 😉 Di quei quadretti certi ingressi e cucine ne erano pieni, andavi a trovare una parente ed eccoli lì, andavi a casa dell’amica della parente e rieccoli. Mercato floridissimo!

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