Non voglio morire (1958)

Imponente melodramma d’autore, che porta sullo schermo un caso giudiziario molto discusso all’epoca, e che ancora oggi non ha trovato una soluzione definitiva. Un film politicamente scorretto, che sposa apertamente la tesi innocentista, e si traduce in uno sconvolgente atto d’accusa contro la pena di morte. La storia di una donna, forse innocente, condannata per la sua condotta morale prima ancora che per il reato di cui era accusata.

Si parte dall’omicidio di Mabel Monahan, un’anziana vedova che fu trovata brutalmente assassinata nella sua casa di Burbank, il 9 marzo 1953. Pare che i ladri cercassero del denaro che aveva nascosto in casa e la picchiarono a morte perché dicesse dov’era. La polizia arrestò quattro sospetti, Barbara Graham e tre complici, e li accusò di omicidio. La Graham fu accusata dai complici, che fecero il suo nome per salvarsi dalla pena di morte e la donna, spaventata dalle accuse, cadde nella trappola tesa da un poliziotto, che la contattò in incognito per fornirle un finto alibi. La stampa poi la perseguitò più per il suo squallido passato di prostituta tossicodipendente, che per qualsiasi prova apparente. Dopo un verdetto di colpevolezza, la donna fu condannata a morte. I suoi avvocati non riuscirono a ribaltare il verdetto in appello e fu giustiziata nella camera a gas di San Quintino il 3 giugno 1955.

Questa la storia di Barbara Graham, sulla cui condanna ancora oggi si discute, soprattutto riguardo al modo con cui sono state ottenute le prove, peraltro non risolutive. Il film di Robert Wise è in realtà molto di parte, e contiene diverse inesattezze riguardo a come sono andate realmente le cose. Rimane però forte la denuncia non solo contro la pena di morte in generale, ma anche contro la stampa, colpevole di aver contribuito alla condanna della donna. Il film non si impegna a cercare la verità, forse non tiene nemmeno conto della possibilità che la protagonista sia effettivamente colpevole.

Sia all’inizio che alla fine del film lo spettatore viene informato che la storia narrata è vera. Ma la sceneggiatura non approfondisce mai i dettagli reali dell’omicidio, non ci dice nulla sulla vittima, sulla scena del crimine o su nessuno dei mille particolari importanti che devono sicuramente aver circondato questo caso di alto profilo. Tutto si concentra esclusivamente su Barbara Graham, e cerca in ogni modo di farla apparire innocente. Tuttavia sembra che lo scopo del regista non sia tanto scagionare la donna, quanto invece dimostrare l’orrore e la disumanità della pena di morte. Ecco perché i dettagli del caso non sono mai definiti chiaramente. Quello che più gli interessa è definire l’umanità del personaggio e la crudeltà della situazione, e lo fa attraverso la forza delle immagini.

Il perno centrale che regge tutto il film è la straordinaria interpretazione di Susan Hayward, che le valse finalmente il premio Oscar, dopo ben quattro nomination senza statuetta. L’attrice domina completamente la scena, e non solo con la sua prepotente presenza fisica, ma soprattutto con piccoli particolari, come uno sguardo, un gesto o un alzata di spalle: tutto contribuisce a far emergere il suo personaggio e a coinvolgere lo spettatore nel suo dramma. Ed è talmente maestosa che ogni altra sua interpretazione diventa in qualche modo dimenticabile.

Certo sono molto bravi anche gli altri attori che la circondano, per lo più nomi sconosciuti al grande pubblico, eppure ugualmente intensi nel caratterizzare i personaggi che popolano questo dramma: da Virginia Vincent, nella parte di Peg, a Dabbs Greer e Raymond Bailey che interpretano le guardie a San Quintino.Tutto il film è accompagnato da una colonna sonora jazz che ne regola il ritmo con melodie a volte più vivaci, a sottolineare i momenti più frenetici, altre volte suggestive e malinconiche, quando l’azione si fa più lenta e riflessiva. E anche nelle scene senza musica, c’è un sonoro di fondo complesso e inquietante fatto di porte che si chiudono, flash dei fotografi, squilli del telefono ed altri rumori disturbanti.

L’ultima mezz’ora ha un fascino inquietante, poiché Wise ci porta nella camera a gas insieme alla protagonista, e le immagini spaventose che precedono e accompagnano l’esecuzione si dipanano lentamente, scandite dalle lancette dell’orologio, che segnano con ritmo ossessivo il tempo che passa inesorabile. Il crescendo della suspense culmina nel finale con alcune scene da antologia: dal silenzioso rituale con cui gli addetti preparano le pastiglie di cianuro e gli strumenti necessari per l’esecuzione, fino al passaggio della prigioniera in mezzo alla folla, riunita per assistere alla sua morte; Wise gestisce i preparativi per l’esecuzione con un occhio clinico che rende ancora più inquietante l’orrore della morte imminente.
Un film perfetto nella sceneggiatura e nel montaggio, una storia avvincente, splendidamente interpretata, e per una volta senza lieto fine.

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