L’isola dell’ingiustizia – Alcatraz (1995)

Ennesima interpretazione intensa e struggente di Kevin Bacon, da sempre incomprensibilmente sottovalutato e ignorato dall’Academy. Qui veste i panni di un carcerato di Alcatraz, che finisce in prigione per aver rubato 5 dollari e subisce inimmaginabili torture fisiche e psicologiche ad opera del direttore del carcere. Il vero protagonista del film in realtà è l’avvocato che lo difenderà in tribunale, interpretato da Christian Slater: un giovane laureato alle prime armi, idealista e forse un po’ ingenuo, che cerca di vincere la causa non solo per il proprio assistito, ma per un senso generale di giustizia.

Il film è nettamente diviso in due parti, ognuna con una propria identità: la prima è un film di genere carcerario, di una crudeltà inarrivabile, la seconda diventa un’appassionante avventura processuale dove si cerca una giustizia quasi impossibile. E’ una storia coinvolgente ed amara, e il pensiero che sia realmente accaduta (anche se il film ne dà ovviamente una versione romanzata) la rende ancora più difficile da guardare. La prima parte del film si presenta densa di luoghi comuni, con il classico scontro impari tra un direttore del carcere, sadico e inflessibile, e un prigioniero ingiustamente vittima del sistema e privo di difese. La seconda parte, invece, diventa un film processuale con un tocco di originalità, grazie a una sceneggiatura che presenta più di una sorpresa, incluso un finale dal sapore amaro, ma romantico.

Il film racconta le disavventure di Henri Young, arrestato per aver rubato 5 dollari, ma poiché il furto avviene in un negozio che fungeva anche da ufficio postale, il reato è considerato federale e per lui si aprono le porte di Alcatraz. Qui si scontra con il sadico condirettore Glenn, ossessionato dalla propria reputazione di inflessibile carceriere. Il titolo italiano coglie in pieno le intenzioni del regista, che prende spunto da un fatto reale stravolgendone i contorni, con il preciso scopo di dimostrare l’inutilità di un sistema carcerario esclusivamente punitivo, non solo incapace di rieducare i condannati, ma addirittura colpevole di peggiorarne la condotta.

In realtà ci sono parecchie discrepanze tra la storia del film e quella del vero Henri Young. Quello che è sicuramente accaduto è che intorno agli anni ’40 fu processato un detenuto di Alcatraz di nome Henri Young, che aveva ucciso un altro detenuto, e durante il processo l’opinione pubblica scoprì il trattamento disumano riservato ai carcerati; questa scoperta ebbe poi conseguenze su tutto il sistema carcerario di massima sicurezza degli Stati Uniti. Pare comunque che questo Young non fosse il bravo ragazzo disegnato da Bacon, ma un criminale violento e aggressivo. Alla fine del processo rimase nel carcere di massima sicurezza fino al 1948, poi scontò il resto della pena in altre prigioni fino al 1972, dopodiché uscì e fece definitivamente perdere le sue tracce. Dopo il suo processo la Corte Suprema degli Stati Uniti vietò l’uso delle celle di isolamento.

Al di là delle differenze tra la storia reale e quella del film, è chiara l’impostazione che il regista ha voluto dare alla pellicola, facendone un film straordinariamente toccante e “vero”. L’aspetto realistico, se non reale, del film è sottolineato dal regista anche mediante l’inserimento di immagini in bianco e nero, di taglio documentaristico, che sembrano prese dai cinegiornali d’epoca. Poco credibile invece la netta contrapposizione tra i personaggi, troppo esasperata e senza sfumature per essere realistica.

Il messaggio che il film vuole trasmettere è l’incapacità di una pena così disumana di rieducare il prigioniero, e purtroppo, al di là della commovente interpretazione di Bacon e della crudele figura fittizia incarnata da Oldman, è storicamente accertato che i secondini in forza ad Alcatraz, sottoposti a turni massacranti, non erano psicologicamente preparati alla rieducazione dei prigionieri, ma solo a garantirne la massima sicurezza attraverso la repressione, a cui non erano imposti limiti di nessun tipo.

La storia di Young è volutamente sconvolgente, e il protagonista incarna perfettamente il ruolo della vittima ingiustamente maltrattata: le cicatrici sul viso, la camminata zoppicante e strascicata, l’andatura lenta e ricurva, gli occhi accecati dal buio prolungato e feriti dalla luce improvvisa, tutto concorre a impietosire lo spettatore verso quel ragazzo sfortunato, che si muove con la debolezza di un vecchio. Persino nei rari momenti in cui sorride, Bacon ci comunica la tristezza più profonda di chi si è arreso, e non si aspetta più nulla dalla vita. Il suo sguardo spaventato e vuoto parla da solo.

Ben disegnato anche il personaggio di Glenn, l’aguzzino fiero della sua inflessibilità, persuaso di avere davanti solo degli animali da terrorizzare e piegare, non degli esseri umani, e convinto che qualunque gesto di umanità sarebbe interpretato come una debolezza. Oldman, non nuovo a ruoli spietati, lo incarna alla perfezione, rappresentandone la crudeltà, ma anche le contraddizioni. E se è pur chiaro che il film pende nettamente dalla parte di Young, va detto, a onor del vero, che molti carcerati di Alcatraz, se non tutti, costituivano la feccia dell’umanità.

Il personaggio più umano del film, quello in cui lo spettatore riesce ad immedesimarsi, è l’avvocato interpretato da Christian Slater: accanto a lui combattiamo e tifiamo per Young, e alla fine siamo in qualche modo partecipi della sua amara vittoria. Forse non era il candidato migliore per il ruolo, ma riesce ad essere convincente, soprattutto nella parte in cui nasce e cresce il suo rapporto di amicizia con Young.

Accanto a loro meritano una menzione William C. Macy nel ruolo del procuratore e Roland Lee Ermey (il maggiore Hartman di Fulll Metal Jacket) nel ruolo del giudice. In un film necessariamente declinato al maschile, solo due ruoli femminili minori: un cameo per Kyra Sedgwick, nel ruolo di una prostituta, e un personaggio minore per Embeth Davidtz, che francamente appare abbastanza inutile per la storia.

L’ambiente della prigione è ricostruito in tutto il suo squallore, e la fotografia insiste in modo particolare sulla differenza tra il carcere e l’ambiente esterno, lavorando sulla luce e sui colori per sottolineare la netta separazione tra l’interno tetro della prigione e il vibrante mondo al di là delle mura.

Tre attori straordinari e un regista, che forse calca un po’ la mano, ma sa sicuramente come comunicare emozioni, fanno di questo film una pellicola coinvolgente, con una certa dose di suspense, che ha le carte giuste per piacere sia agli amanti del genere carcerario sia a chi predilige il genere processuale. Un film avvincente, crudele e tragico che tocca in profondità il nostro senso di umanità e di giustizia.

26 pensieri riguardo “L’isola dell’ingiustizia – Alcatraz (1995)

  1. Visto all’epoca appena uscì su Tele+1, ricordo che mi colpì fortissimo sia per la storia terribile sia per la grande bravura degli attori, tutti in piena forma e in stato di grazia. Oldman qui è di una cattiveria terribile proprio perché non esagerata, non da “super-cattivo” da fumetto ma proprio perché molto umano: non è la persona da cui prenderesti le distanze, è il tuo vicino di casa che però è più spietato di un criminale, quindi non hai modo di stargli alla larga.
    Negli ultimi anni l’ho inseguito su IRIS, canale che per fortuna lo replica spesso, perché viene presentata la pellicola italiana (e io colleziono le versioni italiane dei film, perdute dall’avvento del DVD), quindi mi è capitato di rivederne dei pezzi: onestamente non me la sento di rivederlo tutto, perché sebbene siano passati 25 anni mi fa ancora troppo male, avendomi colpito nel profondo.

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