Psyco (1960)

Capolavoro assoluto del grande regista, è diventato nel tempo qualcosa di più di un cult, un vero e proprio simbolo del cinema giallo/horror, un’icona del bianco e nero, copiato, rifatto (purtroppo!), benevolmente preso in giro, fonte d’ispirazione insuperabile e archetipo di gusto e stile d’altri tempi. Per la prima volta un regista, universalmente riconosciuto come maestro del cinema, tratta non solo una tema legato al genere horror, ma un disturbo complesso e, per allora sconosciuto, come quello della schizofrenia.

E’ stato un film coraggiosissimo e assolutamente nuovo per l’epoca, soprattutto per alcuni dettagli stilistici che furono un’invenzione di Hitchcock, poi ripresi successivamente da tanti altri film del genere. Innanzi tutto, potrà far sorridere detto oggi, ma la ripresa in cui si vede la stanza da bagno, osservata dal buco sul muro, per gli anni ’50 era da considerarsi quasi uno scandalo. E’ la prima volta che in un film viene mostrato un W.C. mentre si tira lo sciacquone (ridete pure…). Lo so, parlare di questo mentre si parla di Psyco può apparire irriverente, ma rende omaggio al coraggio e alla sfrontatezza di Hitchcock, da sempre insensibile a certi divieti, anzi, ben felice di violarli.

Forse per i più giovani è meglio fare un breve riassunto della trama. Si parte da un furto: una giovane donna si appropria di una grossa somma di denaro e fugge. Durante la fuga si ferma in un motel, il cui proprietario vive con l’anziana madre. Scoprirà, suo malgrado, che il ragazzo non è proprio del tutto normale, e che l’anziana madre non è quello che sembra. Più sintetica di così era impossibile. Se non avete mai visto il film, fermatevi qui, lasciate perdere la recensione e andate subito a vederlo.

Psyco è tratto dall’omonimo romanzo di Robert Bloch, uscito l’anno prima, e ispirato alla storia vera di Ed Gein, un serial killer che aveva operato in Wisconsin; in realtà fu condannato solo per due omicidi, ma aveva usato i resti delle vittime per farne decorazioni per la casa, e a questo deve la sua fama di psicopatico, un po’ come il serial killer de Il silenzio degli innocenti che se ne cuciva un vestito.

Ci sono sicuramente affinità tra il romanzo e il film: il rapporto morboso tra Norman e la madre, lo sdoppiamento della personalità, il travestitismo, l’esplosione della pazzia. Ma ci sono anche differenze notevoli. Intanto il protagonista del romanzo ha 50 anni, grasso e senza capelli, decisamente di aspetto sgradevole, niente a che fare con il fascino magnetico di Anthony Perkins, che ha dato vita ad un personaggio terribile ma nello stesso tempo simpatico, piacevole, quasi tenero.
Dopo aver interpretato Norman Bates, il cui sguardo in macchina nella sequenza finale è ancora oggi in grado di far venire i brividi, la sua carriera proseguì con titoli importanti, ma Perkins si ritrovò intrappolato per sempre nel ruolo di Norman, che interpretò anche nei trascurabilissimi sequel.

Certamente non vanno dimenticati gli altri grandi interpreti, da Vera Miles, la sorella della protagonista, a Martin Balsam, l’investigatore assunto per ritrovare i soldi rubati, a John Gavin, il fidanzato della vittima. Ma quando si dice Psyco, si dice Anthony Perkins. Anche nel romanzo, Norman è il protagonista assoluto, mentre la povera Marion è solo una delle tante vittime, casualmente incappata nel mostro. E qui Hitchcock compie una vera magia, impostando la vicenda proprio su di lei, almeno all’inizio, facendoci credere che la storia dei soldi rubati sia il centro della trama.

Quando poi entra in scena Norman, la prospettiva si ribalta improvvisamente, e anche questo è uno di quegli elementi di novità di cui parlavo all’inizio: quello che sembra il personaggio principale muore dopo solo un terzo del film, tutto si capovolge, e quello che finora ci è sembrato significativo, si rivela solo un diversivo per distrarci dal vero protagonista.

E la sparizione di Marion è solo il primo di una serie di colpi di scena che, uno dopo l’altro, spiazzano lo spettatore, coinvolgendolo in una specie di giostra infernale da cui non può scendere. A questo proposito va detto anche che il romanzo è molto più cruento del film, perché i delitti sono particolarmente violenti e vengono descritti nei particolari più sanguinari.

All’epoca una trasposizione fedele del romanzo avrebbe attirato le forbici della censura, e quindi Hitchcock concentrò quasi tutta la violenza nella famosissima scena della doccia, quei 45 secondi ripresi in 7 giorni da 70 diverse angolature: gli stacchi violenti e improvvisi tra un’inquadratura e l’altra, sottolineati dalla musica disarmonica di Herrmann, ci fanno tangibilmente percepire le coltellate inferte alla povera Janet Leigh.

Sempre a livello visivo, va sottolineata l’abilità del regista di trovare sempre nuove scuse per non inquadrare mai direttamente il viso della madre di Norman, se non alla fine, quando si rivela in uno dei più agghiaccianti, e giustamente famosi, colpi di scena della storia del cinema. Ma Psyco si può considerare un film quasi sperimentale anche a livello narrativo, perché molti particolari essenziali per la trama si rivelano gradatamente attraverso i dialoghi, cosa che oggi può apparire normale, ma per allora era una novità.

Tutto il film risuona di richiami all’idea dell’osservare e dell’essere osservati. Ricorre ovunque l’elemento voyeuristico che in fondo rappresenta una metafora della macchina da presa: dallo spioncino che Norman usa per guardare la vittima che si spoglia, agli occhi fissi e vitrei degli animali impagliati, fino all’occhio spalancato della vittima.

Ed infine c’è il singolare soliloquio di Norman: “Probabilmente ora mi stanno sorvegliando. Bene, lasciamoli fare. Farò veder loro che specie di persona sono. Non scaccerò nemmeno quella mosca. Spero che mi stiano osservando. Così vedranno. Vedranno e sapranno.” Queste parole non sono casuali, ma esprimono il personale amore del regista per la macchina da presa. Perché Psyco alla fine non è solo un meraviglioso film, ma anche il manifesto artistico di un grande indiscusso del cinema, al culmine della sua creatività.

Dalla scena della doccia alla colonna sonora di Bernard Herrmann, dalla caduta per le scale di Martin Balsam all’ indimenticabile immagine della signora Bates in cantina, tutto di Psyco è diventato di culto. Regalandoci un classico immortale, Hitchcock stabilisce le regole di base dei futuri thriller cinematografici, che da ormai sessant’anni hanno mantenuto per lo più invariate le loro caratteristiche.

Oltre ad aver condizionato le storie, i personaggi, le tematiche e le tecniche di ripresa, Psyco ha anche dato vita a un filone incentrato sull’esplorazione della mente. Dal tema della doppia personalità a quello dell’assassino solitario che ha l’apparenza di una persona comune, i film thriller e horror dopo Psyco hanno sempre reso omaggio in qualche modo, volontariamente o inconsapevolmente, al capolavoro di Hitchcock. Un intero filone cinematografico, e in seguito anche televisivo, si può dire derivato da quella prima geniale incursione nella mente malata di un uomo, che agiva all’insaputa della sua personalità dominante.

Tantissimi capolavori, da Doppia personalità, al recente Split, da Manhunter a Il silenzio degli innocenti, fino a serial televisivi come Criminal minds, non sarebbero mai nati senza l’input del maestro del brivido. E anche se è cambiata negli anni la percezione della paura da parte dello spettatore, sempre più avido di emozioni e sensazioni forti, va riconosciuta a Psyco una classe, nel creare un’atmosfera di raffinata suspense, a tutt’oggi ineguagliata.

Per approfondire: Psycocuriosità e Psycocuriosità 2

19 pensieri riguardo “Psyco (1960)

  1. Da poco ho finito il mio psycho-viaggio: dopo aver visto le cinque stagioni di “Bates Motel” mi sono ripassato gli ottimi tre sequel con Perkins e il discutibile remake, oltre ad aver viaggiato tra i telefilm d’annata che usavano la Psycho House come ambientazione. E’ stato un bel viaggio, anche se ora ho una irresistibile voglia di impagliare gufi 😀

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