Il delitto perfetto (1954)

Una coppia di amanti, un marito interessato solo a vendicarsi e a ereditare, un disegno diabolico che apparentemente fallisce, sostituito subito da un piano B ancora più perverso, e una verità da scoprire, ma solo per la polizia, perché lo spettatore sa già tutto dall’inizio, e nonostante questo rimane incollato allo schermo senza conoscere un attimo di noia. Questi gli ingredienti che fanno de Il delitto perfetto uno dei migliori film di Hitchcock, un gioco a incastri affascinante e senza sbavature.

Scoperto che la moglie lo tradisce, un ex campione di tennis ormai abituato a sperperare i soldi della ricca consorte, decide di sbarazzarsi di lei; per farlo assolda una sua vecchia conoscenza con pochi scrupoli ed elabora un piano in apparenza perfetto. Al momento decisivo il piano fallisce ma il marito non si dà per vinto e ne elabora rapidamente un altro per mandare la moglie al patibolo e liberarsi di lei in modo quasi legale. Sarà un poliziotto astuto e molto simpatico a risolvere l’enigma, indagando con solerzia dietro le apparenze.

Il film ricorda per certi aspetti Nodo alla gola, sia per l’impianto teatrale dell’azione, quasi tutta concentrata in un unico interno, sia per la struttura rovesciata rispetto al tradizionale poliziesco, che presuppone un evento criminoso iniziale e le successive indagini, fino alla scoperta del colpevole.
Qui invece, il colpevole è noto fin dall’inizio, così come il piano criminale, ma la tensione resta altissima sia per l’intoppo che fa fallire il disegno tanto ben progettato, sia per l’improvviso ribaltamento dei ruoli, dove quella che doveva essere la vittima dell’omicidio viene sospettata di esserne l’esecutrice, e rischia di pagare per colpe non sue. La storia è semplicemente brillante e nell’arco di tutto il tempo è difficile trovare punti morti, a livello di ritmo, o errori nella narrazione. Il film è caratterizzato da un disegno impeccabile che racchiude al suo interno una quantità infinita di emozioni, tra colpi di scena continui, con momenti di altissima tensione e altri quasi comici, mentre il genio che sembra imbattibile, viene infine beffato.

Inutile dire che la mano del maestro britannico usa tutti gli strumenti a sua disposizione per creare una suspense inarrivabile e continua, che coinvolge emotivamente lo spettatore in un gioco sadico di imprevisti, anticipi e sospensioni. Si nota qui, più che altrove, quanto Hitchcock fosse abile e ingegnoso nell’elaborare intrighi, capovolgimenti di situazioni, sotterfugi o false piste per lo spettatore. Coadiuvato da una sceneggiatura accuratissima, ricavata da un lavoro teatrale e ricca di dialoghi serrati e incisivi, capaci di tenere viva l’attenzione dello spettatore, Hitchcock ha a disposizione anche un ottimo cast, in cui compare per la prima volta Grace Kelly, quella che diventerà la sua musa preferita, a cui il regista sarà costretto a rinunciare a malincuore quando lei diventerà una principessa. Come Kim Novak ne La donna che visse due volte, anche Grace sarà protagonista di un sapiente gioco di colori, partendo da un abito rosso acceso e perdendo via via colore, man mano che la sua situazione peggiora, fino ad uno squallido cappotto marrone, spento come il suo viso privo di trucco, ad un passo dalla fine.
Non è lei, però, la vera protagonista del film.

Tutta la pellicola si regge sull’interpretazione fenomenale di Ray Milland, mai luciferino come qui, gelido, macchinoso e perverso al punto che la sua malvagità in alcuni momenti trasmette disagio. A lui si contrappone un John Williams assolutamente brillante, simpatico e divertente nei panni dell’eccentrico ispettore capo che osserva sornione il marito dalla parlantina facile. Non appena entra in scena per indagare sull’omicidio, c’è un’immediata sensazione di elettricità, che crea altra tensione, e conduce inesorabilmente verso il finale. Il suo ruolo è paragonabile a quello di James Stewart in Nodo alla gola, anche se la dimensione dei due attori non è assimilabile. Ottima anche la prova di Anthony Dawson nel ruolo del sicario, mentre decisamente inferiore l’interpretazione di Robert Cummings, forse un po’ scialbo nel ruolo dell’amante.

Va detto, come curiosità, che Il film fu girato originariamente in 3D, una novità per l’epoca, utilizzata per contrastare la nascente popolarità della televisione. La tecnica tridimensionale non ebbe però lo sperato successo, e si esaurì nel giro di pochi anni e pochissimi film. Hitchcock, che da parte sua era molto diffidente verso questo nuovo strumento, lo usò con parsimonia e intelligenza, evitando effetti esagerati e fini a se stessi: utilizzò soprattutto la profondità con sapienti inquadrature dal basso, per cui aveva appositamente fatto costruire una buca sul set, in modo che la macchina da presa fosse al livello del pavimento.

L’effetto tridimensionale focalizza l’interesse verso tutta una serie di oggetti che vengono strategicamente messi in primo piano, il telefono, le forbici, e le famigerate chiavi: tutti protagonisti inanimati che diventano ancora più inquietanti. Indubbiamente l’ennesima lezione di stile di Hitchcock, che contribuisce a fare di questo film un capolavoro.

A proposito del titolo originale, Dial M for Murder, era difficilmente traducibile in italiano, perché voleva focalizzare l’attenzione sul telefono, elemento chiave nella storia, giocando sul fatto che in America i telefoni erano dotati di lettere oltre che di numeri: letteralmente si potrebbe tradurre con “componi M per Murder (ovvero delitto)”. Il titolo italiano è molto più efficace e si rifà comunque a un dialogo tra il marito e l’amante della donna, sulla possibilità di compiere il delitto perfetto.

Guidato da una passione smisurata per il cinema e per il palcoscenico, dotato di un istintivo talento nella cura di ogni minimo dettaglio, Hitchcock mostra ancora una volta quanto conosce i desideri del pubblico ed è in grado di soddisfarli efficacemente, confezionando un film coinvolgente ma anche molto elegante che, come ha sottolineato Truffaut, raggiunge ampiamente i requisiti di una raffinata qualità teatrale.

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