Il diavolo veste Prada (2006)

Questa recensione è affettuosamente dedicata ad Austin Dove, che ama particolarmente questo film e ne ha diffusamente parlato sul suo blog.

Non parlo spesso di commedie, non perché non ami il genere, anzi, quando sono intelligenti e brillanti come questa, sono un piacere: cosa può esserci di meglio di un paio d’ore di allegria che distrae dal quotidiano e magari fa anche riflettere? In realtà non ne parlo spesso perché raramente trovo un mix che mi soddisfi davvero, come invece è successo con questa pellicola, che unisce attori eccellenti, ognuno perfetto nel proprio ruolo, a una sceneggiatura ben calibrata, che mescola battute intelligenti e divertenti a un’ironia sottile e tagliente, diventando una raffinata satira di costume. E, dulcis in fundo, si permette pure di regalarci una morale.

La storia è abbastanza semplice: Andrea Sachs, giovane sempliciotta provinciale, si presenta alla tirannica direttrice di una rivista di moda sognando di poter diventare giornalista, forte della sua laurea appena conseguita. Miranda Priestly, l’affascinante ma glaciale editrice di moda, decide di darle un’occasione come sua assistente personale, non prima di averla umiliata sul piano umano e professionale. Andrea decide di tenere duro per almeno un anno, sperando che l’esperienza le valga per farsi strada nel mondo del giornalismo, magari in un quotidiano di qualità come The New Yorker.

Tutti in ufficio le dicono che molte altre ragazze ucciderebbero per il suo lavoro, ma all’inizio ad Andy non importa: la moda è un mondo che non capisce e non le interessa, anzi in qualche modo lo detesta. Ma quando, dopo pochi mesi, arriva l’inevitabile momento in cui Andy rischia di essere licenziata per non essere abbastanza dedita al lavoro, improvvisamente cambia atteggiamento. Presta più attenzione al suo look, aiutata dal collega Nigel, e si impegna al 100% nel suo lavoro. Così la sua vita si trasforma: a malapena riesce a vedere il suo ragazzo, mentre il lavoro va alla grande.

Proprio come le spiega Nigel, il più stretto collaboratore di Miranda: “Quando la tua vita privata va male, vuol dire che stai andando bene al lavoro, e quando la tua vita privata va in fumo, è tempo di una promozione”. È chiaro che la strada intrapresa da Andrea non le porterà alla fine la felicità. Due i personaggi principali che si scontrano in questo duello psicologico: da una parte Andy, semplice e ingenua ragazza di campagna, che si veste senza fare caso agli accostamenti dei colori e ai dettami della moda, e dall’altra Miranda, elegante e raffinata, che trasuda classe e perfezione da ogni poro, donna forte e sicura, apparentemente priva di debolezze.

Anche se la protagonista dovrebbe essere Andy, perché il film si concentra sulla sua progressiva metamorfosi e sulle sue vicissitudini sentimentali e lavorative, l’astro intorno a cui ruota il film e che mette in ombra tutto il resto, è chiaramente il personaggio di Miranda, per cui era stata chiamata Glenn Close, poi efficacemente sostituita da Meryl Streep. E’ lei la regina di ghiaccio, signora e padrona dell’inferno in cui precipita la giovane neolaureata, è lei che fa tremare i polsi con il ticchettio dei suoi tacchi a spillo e crea il vuoto al suo passaggio con il solo sguardo; è lei che pretende anche l’impossibile, perché sa che si farà l’impossibile per accontentarla, pena il licenziamento.

Ed è ancora lei che, senza scomporsi, crea o distrugge a suo piacimento le vite dei suoi sottoposti, che accoltella alla schiena prima di essere accoltellata, solo per far sapere che a Miranda Priestley non la si fa. Anne Hathaway e Meryl Streep si dividono equamente la scena in un duello di abilità: la Hathaway parte riproducendo un personaggio già interpretato altre volte, la ragazza spaesata e ingenua che sgrana gli occhioni ad ogni sospiro, ma poi riesce a caratterizzare bene anche la sua trasformazione in una raffinata ed efficace assistente; Meryl Streep invece si destreggia in un personaggio odioso e antipatico, che per lei è una novità, eppure gli dà vita con una naturalezza straordinaria, che avrebbe forse meritato l’Oscar. Ma intorno a loro ruotano anche personaggi di contorno non meno bravi: Emily Blunt nel ruolo della prima assistente di Miranda e Stanley Tucci, che ancora una volta sorprende favorevolmente per la sua efficacia espressiva, nel ruolo del braccio destro dell’editrice.

La Blunt rimane un personaggio marginale, superficiale e senza particolari sfaccettature, ma le sue battute taglienti nei confronti di Andy sono esilaranti, e si intuisce che l’attrice deve essersi divertita molto a calarsi nel ruolo. Anche Stanley Tucci sembra essersi divertito, soprattutto dal momento in cui comincia ad aiutare Andy nella sua trasformazione. L’unica battuta d’arresto del film è Adrian Grenier, nel ruolo del fidanzato di Andy, perché non c’è chimica tra di loro, come dovrebbe esserci tra due innamorati.

Al contrario Simon Baker, nel ruolo dell’affascinante seduttore Christian, rappresenta la svolta romantica del film, che culmina tra le strade di Parigi. Il film deve molto anche a una colonna sonora fresca e vivace, che comprende tra gli altri brani di Madonna, degli U2 e la hit Suddendly I see; inoltre il regista si è avvalso della collaborazione di esponenti del mondo della moda, come Gisele Bündchen e Heidi Klum, per rendere più realistica l’atmosfera, e persino Valentino, che appare in un breve cameo.

Tutto il film è un mix perfetto tra un cast più che indovinato, una sceneggiatura brillante e una regia equilibrata che riesce a dare il giusto spazio a tutti, senza che nessuno prevalga, né venga messo in disparte.
Il tutto accompagnato da una colonna sonora che strizza l’occhio al pubblico e valorizzato da un montaggio che gli dà il giusto ritmo.

Chi conosceva il romanzo da cui il film è tratto ha criticato il modo in cui è stato portato sullo schermo, ma se consideriamo la pellicola nel suo complesso direi che è una commedia piacevolissima, fresca, frizzante e ben calibrata, dove tutto appare esteriormente perfetto, come nel mondo della moda, per poi rivelarsi vuoto e privo di consistenza. Una lezione divertente e non banale sull’importanza dei veri valori, raccontata con brio nell’atmosfera fatua delle riviste patinate, ma anche una significativa lezione di stile che può aiutarci a distinguere un anonimo bluette, da un griffato color ceruleo.  

14 pensieri riguardo “Il diavolo veste Prada (2006)

  1. ADORO e ti condivido il post sulla mia pagina fb del blog^^

    cmq, ovvio che simon baker è più bravo ad amalgamare le chimiche attoriali: the mentalist si basa proprio sul suo fascino eh xD

    e parlando del film, mi permetto di aggiungere per chi vuole un ulteriore tassello: le differenze tra film e libro

    Il Diavolo veste Prada, le differenze tra il libro e il film

    PS: il doppiaggio di stanley è impietoso e omofobo, lo hanno reso la tipica macchietta gay
    PPS: dovresti vedere le papere del film, non credere sia facile correre sui tacchi a spillo (le scivolate di anne e emily sono epiche) e nemmeno lanciare cappotti centrando il computer LOL

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