Mi chiamo Sam (2001)

Un raro esempio di perfetta fusione tra commedia e dramma, che commuove con delicatezza, senza mai essere lacrimevole, ma riesce anche a far sorridere e, in certi punti, persino ad essere davvero divertente. Una sceneggiatura precisa come un orologio, con dialoghi non solo credibili, ma assolutamente veri, autentici e di una sensibilità disarmante.

La storia è quella di un padre, affetto da un pesante ritardo mentale, che lotta in tribunale per ottenere l’affidamento della figlia, dopo che la madre l’ha abbandonata. Finché la bimba è piccola, riesce a destreggiarsi nel ruolo di genitore, grazie anche all’aiuto prezioso di amici e conoscenti, ma quando la bambina cresce e raggiunge un livello intellettivo che eguaglia e supera quello del padre, i nodi vengono al pettine e intervengono i servizi sociali per portargliela via. Commovente il rapporto tra padre e figlia, alimentato da un affetto profondo, ma ostacolato dalle difficoltà intellettive del genitore, con le quali la bambina si trova, suo malgrado, a dover fare i conti. Quando la piccola Lucy cresce, si rende presto conto che suo padre è diverso dagli altri genitori: le piace il fatto che lui si prenda il tempo per giocare al parco, ma fatica a dare spiegazioni ai suoi coetanei.

Una vicenda toccante e molto intensa, con momenti altamente drammatici alternati a spunti di poesia, che l’interpretazione degli attori e una regia attenta riescono a non rendere mai banale, né tantomeno patetica. Accanto a Sean Penn, padre dolcissimo e disperato, si schiera Michelle Pfeiffer, avvocatessa rampante e super impegnata, che mentre lo difende nella causa di affidamento, troverà anche il modo di imparare qualcosa da lui e migliorare il proprio rapporto con il figlio. La bambina è un’eccezionale Dakota Fanning, che proprio da questo film ha visto decollare la propria carriera, e c’è anche Dianne Wiest nel ruolo di un’amica di famiglia che cercherà di aiutarli come può.

Nel film recita anche un gruppo di attori, realmente disabili, che interpretano gli amici del protagonista, e rendono ancora più realistico e toccante il dramma umano narrato da questo film coraggioso, e per nulla scontato. Penn si inserisce tra loro condividendo la scena alla pari, con una recitazione semplice e spontanea, mai sopra le righe, e la sensibilità del regista gli permette di non rendere mai ridicola la disabilità di Sam e tanto meno quella reale dei suoi amici. Se una cosa disturba, forse, è il doppiaggio italiano, che lo fa sembrare un cartone animato. Si poteva fare meglio di così. La Pfeiffer è un’ottima comprimaria, che riesce a interpretare tutte le sfumature del suo personaggio, passando abilmente dal cinismo iniziale al coinvolgimento umano del finale, e arrivandoci con una gradualità che lo rende credibile e per nulla forzato.

Si distingue anche la Wiest, interprete sempre particolarmente sensibile, che in poche scene riesce a delineare con intensità un personaggio più complesso di quanto possa apparire; infine va segnalata Laura Dern che, nonostante sia relegata in un ruolo secondario, nel finale dà un contributo fondamentale all’impatto emotivo della pellicola.

La regia è molto sobria, priva di particolari guizzi ma anche di facile compiacimento, ed evita accuratamente di indugiare su facili sentimentalismi, nonostante privilegi i primi piani, che contribuiscono sicuramente ad un risultato maggiormente emotivo. La macchina da presa, che segue da vicino tutti i movimenti del protagonista, permette allo spettatore di comprenderne meglio le difficoltà quotidiane e il confine ridottissimo del suo spazio vitale. L’effetto disturbante, ma concreto, del continuo movimento di ripresa, contribuisce a rendere l’insieme più realistico.

Va sottolineato che il finale della storia la trasforma in una bella favola, ahimè assai poco verosimile; tuttavia si è evitato il lieto fine smaccatamente impossibile, raggiungendo un compromesso tutto sommato accettabile. Purtroppo, nonostante le nomination, il film non ha portato a casa nessun Oscar, solo un premio della critica, meritatissimo, per Dakota Fanning come miglior nuovo talento.

Nel complesso è un film molto piacevole, commovente ma non stucchevole, con momenti di comicità spontanea godibilissimi e attori tutti veramente di prim’ordine. Non si ha la sensazione di una storia strappalacrime, ma piuttosto di una vicenda edificante e istruttiva, che offre più di uno spunto di riflessione.

7 pensieri riguardo “Mi chiamo Sam (2001)

  1. All’epoca mi ero appena abbonato a SKY e vidi il film appena arrivò sulla piattaforma, anche perché Sean Penn era l’anti-Hollywood per eccellenza e la cosa mi è sempre piaciuta. All’epoca infatti si diceva che per capire quando Penn fosse antipatico all’industria cinematografica bastava pensare che è l’unico attore a non aver avuto manco una nomination per un ruolo da disabile, cosa che di solito ti assicura l’Oscar 😛

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    1. Per me l’errore più grande è l’eccessiva facilità con cui si risolvono le cose. Sinceramente dubito che i servizi sociali avrebbero lasciato un neonato nelle mani di un padre così limitato, invece dal film sembra che i problemi nascano solo in un secondo momento. Comunque ho un amico che mentalmente non è cresciuto, un’anima molto semplice e ingenua, però nelle cose pratiche se la cava bene. Guida persino la macchina.

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