Il libro di Henry (2017)

Un film molto strano, fuori dagli schemi, che mi ha incuriosito fin dall’inizio, e che non mi ha deluso, perché è davvero molto singolare, a cominciare dalla struttura, divisa in due parti nettamente separate. Una storia tutt’altro che banale, ma raccontata in maniera semplice, quasi come una favola, e come in una favola c’è una fanciulla in pericolo, un mostro terribile e un cacciatore pronto a salvarla. Le emozioni sono molte e di diverso tenore, ma tutte sicuramente intense, e molti anche gli spunti di riflessione.

Naomi Watts è la madre decisamente immatura di due splendidi bambini, uno dei quali è particolarmente dotato, sensibile e con un’intelligenza superiore alla media. Le loro giornate scorrono tranquille e noiose, tra il lavoro di cameriera della mamma, la cui unica valvola di sfogo sembrano essere i videogiochi e la compagnia di un’amica un po’ squinternata, e gli impegni scolastici dei ragazzi, che il più grande alterna ad attività economiche di notevole profitto, gestite in totale autonomia, grazie alle sue straordinarie capacità .

Un brutto giorno la tragedia si abbatte sulla piccola famigliola, ed è una di quelle tragedie che lasciano cicatrici profonde. Un momento di dolore inimmaginabile raccontato dal regista senza alcun compiacimento e con estrema delicatezza, che quasi non ci lascia il tempo di piangere. Siamo solo alla prima metà del film, e ci aspettano ancora molte sorprese. Superato in qualche modo il momento più buio, la storia prosegue in maniera inaspettata, prendendo una svolta non solo originale, ma decisamente imprevista e dagli sviluppi imprevedibili.

Ha inizio qui la seconda parte del film, quella più coinvolgente e accattivante, a tratti anche divertente, perché riesce a regalarci qualche sorriso, pur sconfinando nei luoghi oscuri e deprimenti dell’abuso familiare. Altro dolore, altra sofferenza, anche se di tipo diverso, e una battaglia da combattere a favore chi non può difendersi, lottando al posto di chi non può più farlo. Non dico di più, per non svelare i sorprendenti sviluppi della storia, se non che alla fine ci si libererà da tanto dolore, non importa in che modo, ma si tornerà a sorridere.

E si arriva così alla parte finale della storia in cui la necessità del lieto fine diventa impellente e travolge qualunque altra cosa, soprattutto la logica, il realismo e la coerenza. Ma non importa, il desiderio di riscatto dopo la prima mezz’ora vince su tutto. E se alcune sequenze sono a dir poco improbabili, altre raggiungono i vertici della poesia.

Il film quindi non è angosciante, anche se le tematiche sono indubbiamente drammatiche. Tutta la storia è comunque pervasa da un senso di riscatto e di speranza, e da una fortissima volontà di non arrendersi mai. Il messaggio che arriva è che ci si può risollevare anche dalle peggiori tragedie, e che dal dolore, qualche volta, può nascere una nuova felicità.

Ottima l’interpretazione di Naomi Watts, nel ruolo di una madre fragile e incapace di assolvere appieno il suo compito, ma pur sempre decisa ad assumersi le sue responsabilità, anche quando il peso del dovere diventa insopportabile. Nel ruolo del figlio più piccolo un bravissimo Jacob Tremblay, che aveva già avuto modo di distinguersi in Room e Wonder. Il ruolo più antipatico tocca a Dean Norris, veterano del panorama televisivo, già visto in Breaking Bad e Under the Dome, che non ha nessuna difficoltà a calarsi nella parte.

Sacrificata in un ruolo secondario la pur brava Sarah Silverman, che riesce comunque a ravvivare i momenti più drammatici, regalandoci qualche guizzo di comicità. Henry è interpretato da Jaeden Martell, che si era già distinto in St. Vincent, accanto a Bill Murray, in un ruolo certamente più leggero; qui mostra un discreto talento e una buona capacità di interagire con gli adulti.

La regia asseconda gli attori, esaltando il ruolo di ognuno, senza privilegiarne nessuno, e senza alcuna concessione al melodramma, anzi inserendo spunti di umorismo quasi involontario che alleggerisce il tono generale. Anche dove prevale il dolore, lo fa in maniera molto composta. Forse qua e là la storia difetta un po’ di realismo, ma è talmente singolare che, a mio avviso, le si può perdonare la mancanza di verosimiglianza. La critica ufficiale è stata invece molto severa su questo aspetto e ha giudicato negativamente il film proprio per la mancanza di coerenza nel finale. Personalmente ho trovato il lieto fine prevedibile, ma non così scontato.

Nel complesso è un bel film, di certo non una commedia, ma nemmeno una tragedia senza speranza; non è perfetto, ma è una bella storia, ricca di emozioni e anche di spunti di riflessione sul significato del destino, e sul ruolo che ognuno di noi può avere anche nella vita degli altri. Pericolosa l’idea di farsi giustizia da soli, ma attenuata da una soluzione equa e quanto mai provvidenziale.

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