9 vite da donna (2005)

Questo non è un film convenzionale, e non è un film facile. Se amate le storie lineari, con una trama che ha un inizio, uno svolgimento e una fine, questo film non fa per voi. Se riuscite ad apprezzare un film costruito come un puzzle, dove storie di personaggi diversi s’intrecciano fino a fondersi (tipo Magnolia, per intenderci) forse potreste amare questa pellicola. Ma se in un film siete attratti soprattutto dall’interpretazione dei protagonisti e dalle emozioni che riescono a regalarvi, allora questo coinvolgente mosaico femminile vi affascinerà sicuramente.

9 storie di donne diversissime, ma tutte accomunate dalla sofferenza, quasi che il dolore, nelle sue svariate forme, fosse il denominatore comune dell’essere donna. 9 attrici (in realtà molte di più, considerando le comprimarie) che interpretano superbamente il loro dramma, condensando emozioni, sogni, paure e turbamenti, in poco meno di 12 minuti a testa, riuscendo ciò non di meno a raccontare la loro storia, tra passato, presente e futuro. Tutte ritratte in un momento cruciale della loro esistenza.

Una madre in carcere aspetta l’orario di visite per vedere la figlioletta; una donna incontra per caso un vecchio amore e scopre di essere ancora innamorata di lui, nonostante siano entrambi sposati; una figlia, ormai adulta, ritorna a casa dei genitori per chiudere i conti col padre che abusava di lei, mentre una figlia adolescente sta sprecando la sua giovinezza per assistere il padre disabile; una coppia litiga furiosamente davanti agli amici, e il marito, per vendicarsi, rivela improvvisamente un segreto dolorosissimo della donna; una moglie, stanca e delusa, ha una breve relazione extraconiugale e un’altra, mentre partecipa al funerale della moglie del suo ex-marito, ritrova e risveglia in lui l’antica passione; una donna malata deve affrontare un brutto intervento e infine una madre e una bambina fanno visita al cimitero.

Robin Wright, Lisa Gay Hamilton, Amanda Seyfried, Holly Hunter, Sissy Spacek, Amy Brenneman, Kathy Baker, Glenn Close, Dakota Fanning sono i pilastri di questo articolato collage. Accanto a loro gli uomini si aggirano come comparse, quasi come pianeti che per un attimo entrano nella loro orbita e se ne allontanano subito, a volte senza lasciare traccia, a volte lasciando segni indelebili del loro passaggio.
Il tutto è amalgamato da un regista di rara sensibilità, non a caso figlio di Gabriel García Márquez, profondo conoscitore dell’animo femminile, che intreccia e fonde i personaggi e le storie riuscendo a creare un insieme unico e complesso, che lascia allo spettatore la sensazione di aver conosciuto in profondità tutte quelle donne e le loro esistenze, e di averne in qualche modo fatto parte, sia pure per pochi minuti.

I brevi episodi che compongono il film sono effettivamente indipendenti l’uno dall’altro, anche se, ogni tanto, una storia sfiora l’altra. Non è però una trama intrecciata a più livelli: le singole narrazioni sono autonome, se un personaggio riappare, è puramente casuale. Come e perché le persone si conoscono, il regista lo lascia all’immaginazione del pubblico. In ogni episodio García ci mostra il momento in cui la protagonista è a una svolta, piccola o grande, della propria vita, e mette in risalto come gli eventi possono cambiare continuamente, perché ogni azione è sempre seguita da una reazione.

García, che ha anche scritto la sceneggiatura, ha creato nove donne speciali, ognuna con la propria storia, e ha dimostrato di rispettare l’essenza femminile, mostrando comprensione per la sua vulnerabilità e ammirazione per la sua forza. Certo è fondamentale anche l’uso che fa della macchina da presa, facendo di ogni episodio un unico piano sequenza, agevolato in questo dalla grande professionalità delle sue interpreti. Tutte premiate cumulativamente al Festival di Locarno, con il Pardo d’oro per la miglior attrice.

E’ un film per donne, incredibilmente concepito da un uomo, dove il pubblico, soprattutto femminile, ritroverà in almeno uno dei nove personaggi, un’esperienza vissuta, un’emozione provata, o una situazione comunque conosciuta.

L’episodio di Glenn Close, che chiude il film ed è il mio preferito, raggiunge le vette più alte di emotività, riuscendo a descrivere il dolore della perdita in modo molto semplice, ma estremamente toccante, commuovente ma non patetico, struggente ma non tragico.

E’ un film sicuramente originale, a tratti spiazzante, ma soprattutto è un viaggio intimo e approfondito nel complicato universo femminile, che può essere visto e apprezzato anche dagli uomini.

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